David: la sfida è tra Virzì e Sorrentino. Zalone, dimenticato, fa l’offeso

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

David di Donatello 2014: la prima manche, in vista della votazione finale e della cerimonia fissata per il 10 giugno, segnala quanto segue. La sfida sarà tra “Il capitale umano” di Paolo Virzì e “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino, rispettivamente con 19 e 18 candidature. Seguono, per restare ai primi cinque in ordine di nomination, “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia con 12, “Allacciate le cinture” di Ferzan Ozpetek con 11, “La mafia uccide solo d’estate” di Pif con 9. Di questi tre, il primo e l’ultimo sono opere prime. Da notare che Ozpetek gareggia per la migliore regia, non per il miglior film.
Non la prenderà bene, di certo, Pietro Valsecchi, il fumantino produttore di “Sole a catinelle”, campione di incassi da 52 milioni di euro costruito attorno a Checco Zalone: una sola nomination, nel marginale David Giovani messo a punto da 6.000 studenti di scuole superiori. Tre anni fa, quando “Che bella giornata” beccò solo una candidatura per la migliore canzone, Valsecchi ruggì al “Secolo XIX”: «Ritengo il David una buffonata, un premio obsoleto. Zalone è un comico geniale. Posso solo pensare che i signori votanti, tra i quali molti parenti, figli, nipoti e mogli, o hanno la puzza sotto il naso o una grande invidia nel cuore». Ieri era ancora più arrabbiato. Tanto da convincere Zalone a non accettare un premio, di consolazione e riconoscimento insieme, che il David avrebbe voluto dargli.

Al primo scrutinio hanno votato in 1.468, su circa 1.800, al secondo, quello cruciale, si vedrà. La cronaca registra tre ex-aequo, alle voci miglior produttore, miglior attore non protagonista e migliore canzone originale: per l’occasione le cinquine sono diventate sestine, avendo due candidati per categoria ricevuto complessivamente gli stessi voti. Garantisce il notaio Marco Papi.
Per il resto, tutto come previsto o quasi. Con “Il capitale umano” che supera di una nomination “La grande bellezza”. In fondo l’ennesimo alloro, per quanto prestigioso, poco aggiungerebbe alla marcia trionfale di Sorrentino, già sul set di “La giovinezza”. Probabile invece, nel girone miglior attore protagonista, la vittoria di Toni Servillo, perfetto Jep Gambardella sullo schermo, che deve vedersela con Fabrizio Bentivoglio, Giuseppe Battiston, Carlo Cecchi e Fabrizio Bentivoglio. Sul fronte femminile, con qualche generosità, Sabrina Ferilli viene promossa a protagonista, sempre per “La grande bellezza”, contro Valeria Bruni Tedeschi, Paola Cortellesi, Kasia Smutniak e Jasmine Trinca. Quattro i premi alla carriera: uno, ancora da mettere a punto, andrebbe a un importante straniero definito dal patron Gian Luigi Rondi «un cardinale del cinema», gli altri a Marco Bellocchio, ad Andrea Occhipinti e allo scomparso Carlo Mazzacurati.
Saranno i comici Anna Foglietta e Paolo Ruffini ad animare la serata di premiazione, in onda su Raimovie e in differita su Raiuno. Speriamo bene. Questi show riescono sempre maluccio, non per cattiva volontà di chi li pilota o li scrive: solo perché l’Oscar è lontano. Ma lei promette una serata «emozionante, energica, ritmata, dinamica», con qualche siparietto spassoso; mentre lui, impegnato per scherzo a plasmare il proprio corpo a forma di David, parla di «una cosa ganza, seria ma non seriosa, una festa».
Quanto alla controversia sollevata dal “Secolo XIX” rispetto alla discutibile “riforma” che ha diviso i giurati tra serie A, che vota su tutte e 21 le categorie, e serie B, che si esprime solo su 9, Rondi difende la scelta fatta l’anno scorso su iniziativa degli autori. «Noi aspiriamo ad essere gli Oscar italiani, e anche agli Oscar votano solo i premiati e i candidati». Non è proprio così, ma accettiamo pure il pasticcio all’italiana, benché l’anziano patron sia il primo a scherzarci sopra: «Ho accettato anch’io, pur essendo presidente dei David, di essere retrocesso alla giuria cosiddetta di serie B. Del resto, che premio sarebbe senza qualche polemica?».
In realtà, il problema è serio, non corporativo o personalistico. Sul quale alcuni giornalisti e critici “derubricati” si esprimono così. Cristiana Paternò, vicedirettrice di “Otto e mezzo”: «Penso sia meglio restare nella giuria, nonostante tutto, perché è importante il contributo di non addetti ai lavori, di osservatori esterni non motivati da interessi diretti, almeno nella scelta dei premi principali». Fabio Ferzetti, critico del “Messaggero”: «Le polemiche sui David? Vedi alla voce rassegnazione. In passato ho sparato più volte sui giurati, le loro scelte e soprattutto il modo in cui sono scelti. Ma tanto poi non succede nulla. Che a noi poveri scribi tocchi un ruolo di votanti dimezzati è assurdo e ridicolo. Ma tanto siamo in Italia, non a Hollywood». Franco Montini, presidente del Sindacato critici: «Mi pare che le polemiche sulle assegnazioni o le mancate assegnazioni siano sempre esagerate. Ogni premio ha o dovrebbe avere una sua funzione: ci sono premi che puntano sul prestigio, altri sulla popolarità. I David appartengono a quest’ultima categoria, ma poiché aiutano i film ad avere maggiore visibilità continuerò far parte della giuria e del gioco». Il sottoscritto, invece, per quel poco che conta, no.

Michele Anselmi

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