Marla, non solo una rivista di cinema. Incontro con Ivan Moliterni

Nelle edicole e nelle librerie specializzate è arrivato in questi giorni «Marla», bimestrale di cinema, critica ed esperienza delle immagini fondato e diretto da Ivan Moliterni. Lo abbiamo voluto incontrare per chiarire le coordinate di un progetto, multiforme e affascinante,  nato «con lo scopo di allargare la riflessione teorica al significato e al ruolo delle immagini nella società contemporanea».

Per inquadrare un progetto articolato come quello di «Marla» si potrebbe partire da una domanda molto semplice: quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a realizzarlo?

Nei mesi iniziali (quando il lavoro coincideva essenzialmente con la fase ideativa), ogni giorno, forse a causa dei numerosi aspetti da gestire, ripetevo a me stesso di non farlo, che era troppo rischioso perché tutto si stava ingigantendo, era ormai fuori controllo. Poi, ogni giorno, c’era sempre qualcosa di più forte che mi spingeva a trovare proposte, a cercare strade comuni di partecipazione. A distanza di tempo, ho capito che quella è stata la nascita ufficiale di «Marla»: non solo della rivista, ma del progetto complessivo, che comprende anche un percorso didattico (corsi, seminari), rassegne, incontri con gli autori e una piattaforma sul Web destinata alle molteplici relazioni con l’universo delle immagini (dalle illustrazioni ai cortometraggi). Quello spirito di squadra, quel confronto aperto, quel dialogo erano avvincenti, rappresentavano praticamente una ricerca a contatto con gli altri. Senza poter fermare il meccanismo, eravamo già partiti. Perché farlo, perché dare spazio alla critica? Perché proprio un giornale (oggi, cartaceo)? Erano e sono domande appassionanti, decisive per me. Però se ti dicessi che sono partito da lì, sarei un bugiardo. «Marla» esiste perché, in quel preciso istante, tutti abbiamo creduto nella stessa cosa.

Quali sono state le scelte fondamentali?

La prima, di sicuro la più importante, è stata mettere in discussione ciò che avevo imparato. Era giusto abbandonare una passione esclusiva – almeno all’inizio – per il cinema (per certo cinema) e intercettare esigenze altrettanto stimolanti? Era opportuno rifiutare sin dall’impostazione il giudizio di valore come chiave di lettura totalizzante, per quanto la critica sia anche questo? Era saggio ed efficace tentare nuovamente un incontro tra teorie accademiche e sguardo critico? Era necessario interrogarsi sull’evoluzione del rapporto sale/territorio, o chiedersi perché un film costa una certa cifra e poi, nonostante gli sforzi, ne incassa un’altra? Come rivista ci preme lanciare questa opinione che, opinabile per definizione, ha plasmato il progetto: non è vero che non c’è più nulla da dire, che qualsiasi riflessione è riconducibile a un’altra già presente, già elaborata. Il discorso comincia dal cinema e dal visuale, per dedurre in seguito un pensiero più ampio sulla realtà, che non è stata affatto esplorata in ogni piega nascosta, al contrario è sfuggente. Un’incognita così attuale mette in discussione diversi aspetti.

Se dovessi attribuire un’identità a «Marla», su quali peculiarità ti concentreresti?

«Marla» è un bimestrale di cinema, critica e cultura visuale che sviluppa un interesse marcato per tutto ciò che è immagine. Quindi, accanto a una lettura del cinema e del mondo eterogeneo che ruota attorno (le forme della messa in scena e del racconto interattivo, la televisione e la grafica, i videogiochi e il visual storytelling) si colloca una meditazione sul ruolo che questa estetica assume nel contesto odierno, rispetto anche ai comportamenti dello spettatore e in rapporto alla sopravvivenza del figurativo. Così, grazie a una squadra straordinaria, abbiamo scelto di dare spazio a un lavoro concettuale inserito nel patrimonio iconografico della rivista. Infatti, le soluzioni inventate da Creatree (non tanto grafiche, quanto di art direction) dialogano con le illustrazioni dipinte a mano da Franco Moliterni, disegnate in sintonia con i contenuti e la linea editoriale. Sono illustrazioni che tracciano una riflessione sulla consistenza stessa delle immagini e su questioni importanti nel panorama attuale (il corpo, gli eccessi e le contraddizioni del nostro legame con lo sguardo).

E la principale diversità?

Ne sentiamo tutti una, che ci piacerebbe riuscire a trasmettere con entusiasmo: non ha senso la parafrasi emotiva o il bisogno di analizzare come se ci trovassimo in laboratorio. Almeno non ha senso per noi. Descrivere un film e l’esperienza personale vissuta da osservatori o sviscerare i singoli elementi nell’ansia di affrontarli nei dettagli sono due strade possibili. Non è in discussione la loro validità in assoluto, ma solo dal punto di vista del nostro progetto. Tra le pagine della rivista e presto anche sul Web, a questo abbiamo preferito le relazioni (conflittuali, interpretative) fra ciò che si può esprimere a parole e quello che vive o rimane nelle immagini. Si tratta di un legame sia mostrato sia raccontato, visibile nel giornale e integrato in seguito nel suo impianto teorico. Le immagini non hanno una funzione didascalica, piuttosto creano cortocircuiti, aggiungono qualcosa a un concetto, a una tesi, di cui spesso diventano l’argomentazione basilare.

«Marla» è ideata e distribuita in tutta Italia, però una delle sue caratteristiche è il forte legame con il territorio…

Dopo aver lasciato la Basilicata e Matera tredici anni fa, tornarci con maggiore frequenza per seguire la realizzazione di «Marla» ha un significato nuovo, oltre che una certa originalità (non ci sono casi simili). La tecnologia permette un processo lavorativo “sradicato”, a distanza, delocalizzato, da qualsiasi luogo. Perciò decidere di concepire e distribuire la rivista in tutta Italia, ma di produrla a Matera ha un valore simbolico e tangibile, perché non è vero che quello è un posto senza futuro, frequentato unicamente dal consumo e dal turismo. Ciò che molti chiamano la miseria del passato è invece una storia collettiva, persino una lunga e nobile storia cinematografica. È una terra calpestata da signori come Pasolini, Zampa, i Taviani, Lattuada, Rosi, tanto per fare qualche nome. In maniera spontanea, insieme ai primi passi della rivista è nato un progetto di valorizzazione del patrimonio artistico-culturale della città (Cinemappa), che «Marla» ha costruito con Raffaello de Ruggieri e la Fondazione Zétema. Il tessuto urbano dei Sassi e il Parco della Murgia sono superfici narranti, raccontano una grande fase del cinema italiano e al tempo stesso la propria memoria (sociale, paesaggistica, artistica, comunitaria). In fondo siamo partiti da queste radici, alle quali è giusto dare dignità con qualcosa di concreto.

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Per l’immagine:  (© Franco Moliterni 2014)

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