Le meraviglie: dura la vita in campagna, l’utopia è finita da un pezzo

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

D’accordo, tutto giusto. Lo stile sorvegliato, rigoroso, para-documentaristico, vagamente “rosselliniano”; musica perlopiù diegetica, cioè che arriva da fonti sonore all’interno della scena; la riflessione sull’Utopia, con la u maiuscola o minuscola; la vita in campagna nelle sue durezze quotidiane, fuori da certe mode “bio”; pure il Mito della Caverna. E ancora: il nome Gelsomina, forse pensando un po’ a Fellini; la tv kitsch e sgangherata che fa rivivere in forma di carnevalata gli etruschi attraverso una gentile Fata Turchina che si chiama Milly Catena; il cammello che gira annoiato sull’aia; un vecchio hit di Ambra Angiolini con tanto di mosse adolescenziali; il miele prezioso che cola sul pavimento perché qualcuno s’è dimenticato di sostituire il bidone sotto la smielatrice. Il tutto con il sostegno militante del “Corriere della Sera” che ha dedicato a “Le meraviglie”, unico titolo italiano in concorso a Cannes 2014, tre esaltati titoli di prima pagina in pochi giorni, perché fosse chiaro dove sta la cine-Poesia.

Seconda regia di Alice Rohrwacher, sorella di Alba, dopo il pregevole e ispirato “Corpo celeste” del 2011, “Le meraviglie” è un film di quelli che suscitano ammirazione e insieme tedio. Nel vederlo, sin dalla prima sequenza notturna, con quei cacciatori in tuta mimetica che sembrano soldati di una ridicola guerra, si avverte netta la personale cifra estetica della regista. La quale, pur senza curvature autobiografiche, racconta qualcosa di sé e della propria famiglia, incluso il tirannico padre apicoltore, in questa amarognola favola moderna, ambientata in un tempo non ben definito e in un luogo invece preciso che sta tra Umbria, Lazio e Toscana, dalle parti del Viterbese. Ha spiegato la regista: «Il film parla di sconfitta e di perdono. È venuto il tempo di perdonare, di riuscire a provare tenerezza, non solo gloria o rabbia, di guardare alle contraddizioni anche del nostro Paese senza esaltarle o nasconderle. L’Italia è un po’ come la dodicenne Gelsomina, ha voglia di crescere ma non sa bene come fare».
Certo, c’è del vero in queste parole. Anche se un film è un film, ti deve portare per mano, anche senza compiacimenti sdolcinati, verso quanto interessa dire all’autore, qui un’autrice: «Un grande fallimento da cui tutti usciranno più forti». Il fallimento sta nell’ultima scena, che mostra, ormai abbandonata, “sgarrupata” e senza arredi, la casa colonica dove si insediò per produrre miele, formaggi e conserve di pomodoro la bizzarra famiglia al centro della vicenda scritta da Alice Rohrwacher.
Quattro figlie, la più grande delle quali si chiama appunto Gelsomina, dodicenne, volitiva e pratica, un’autentica “vergara” in gergo contadino; per qualche verso erede del piccolo e strano regno che suo padre, il tedesco Wolfgang, ha costruito per proteggere la famiglia dal mondo che starebbe per finire. Poi c’è la mamma Angelica, ormai distrutta dalla fatica, preoccupata dai debiti ed estenuata da quel compagno sempre più iracondo, insensibile, anaffettivo, anche sgradevole fisicamente. E infine Cocò, una bella tedesca non più giovane, che s’è unita alla piccola comunità agricola, forse per fuggire al consumismo selvaggio, forse per ritrovare il rapporto con la natura. Solo che la natura è aspra, inclemente, fatta di fango, pioggia e vento, oltre che di fatica. E il consumismo tanto deprecato rispunta sotto forma di un ridicolo programma televisivo, “Il Paese delle Meraviglie”, che promette soldi alla famiglia agricola più “tipica” del luogo, un tempo culla della civiltà etrusca.
Naturalmente Gelsomina, che pure ha un talento particolare nel manovrare le api, sente una sorta di fascinazione verso la presentatrice di quel programma, Milly Catena, abbigliata come una sexy-sacerdotessa di un passato mitico, con tanto di copricapo a ventaglio e capelli candidi. In fondo la ragazzina, che sta sbocciando come donna, sente la vita in campagna come un vincolo, avrebbe voglia di scappare verso Milano, indossare altri abiti, innamorarsi, crescere senza sentirsi più terrorizzata da quel padre che ha trasformato l’utopia agreste in una prigione campestre. L’arrivo a sorpresa di Martin, un adolescente tedesco con qualche esperienza da ladruncolo che viene da un programma di rieducazione, sembra acquietare Gelsomina: lui non parla ma sa fischiare benissimo, lei lo guarda con una strana luce amorosa negli occhi. Finiranno in una caverna illuminata dal fuoco, mano nella mano, un po’ come i fidanzatini fuggitivi di “Moonrise Kingdom” di Wes Anderson: e vai a sapere se è sogno o realtà.

Il film, lungo 111 minuti, di sicuro troppo, benissimo fotografato a luce naturale da Hélène Louvart, ha un cuore aspro e gentile insieme. Alice Rohrwacher vi trasferisce un senso di malinconia che sbriciola qualche luogo comune sul ritorno alla campagna, mostra la fatica dei campi, l’inclemenza del clima, l’effetto dei diserbanti, smantella la retorica su una certa “purezza” rurale, anche se poi raccoglie un bel canto contadino innalzato da donne. Gli interpreti, dall’incazzoso Sam Louwyck che fa Wolfgang alla premurosa Alba Rohrwacher che incarna Angelica, si intonano al registro realistico, quasi confondendosi nel paesaggio, sporcandosi le mani, apparendo in mutande, senza trucco alcuno. Maria Alexandra Lungu è Gelsomina: nonostante la giovane età, possiede un viso antico, dai tratti davvero contadini, e naturalmente il contrasto con Monica Bellucci, che dà corpo e voce a Milly Catena, è una delle chiavi drammaturgiche della moderna fiaba.
Qualche sforbiciata avrebbe giovato, ma se il film piace, piace anche così; altrimenti si guarda l’orologio o si ripensa alla canzoncina umoristica del satirico Stefano Disegni: «Ammazza che lagna la vita qua in campagna / ammazza che palle la vita in questa valle». Nelle sale con la Bim dal 22 maggio.

Michele Anselmi

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