Maps to the Stars. Macerie di stelle e vite bruciate

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

Paul Éluard

Mappa trapunta di stelle a scavarsi una nicchia lassù: punti luminosi, ombre oscure si aggrappano al cielo. Piedi a terra, nuovi astri costellano i marciapiedi lungo l’Hollywood Boulevard e la Vine Street, sulla collina di Hollywood. Stelle di pietra su pietra a eternare nel tempo la fama dei divi terrestri. L’ultimo film di David Cronenberg, Maps to the Stars, in concorso a Cannes 2014, parte da qui. Lenta camminata sui marciapiedi scheggiati d’astri: stella dopo stella inseguendo il sogno dell’eterna celebrità in un nome scolpito sull’asfalto.
Attori e attrici nutriti a tranquillanti e psicofarmaci. Ragazzini messi all’asta troppo presto, rivali spietati, veneratori del dio denaro e vittime spaurite. Guru della psicoterapia (John Cusack) animano televisori perennemente accesi. I bambini della Terra lanciati tra le stelle, muoiono di paura. Vicodin, Seroquel, Xanax: tubetti allineati sul lavandino, i ragazzini a Los Angeles ingurgitano le pillole della felicità e dell’oblio. E se i giovani trovano consolazione lasciandosi morire lentamente, le dive del cinema (tra tante, Havana Segrand: una superba Julianne Moore) agonizzano aggrappate al telefono cellulare. Martiri di genitori “troppo affettuosi”, si lasciano vivere nella città del sole nutrendosi tra bocconi d’amaro cinismo. Qualunque cosa per ottenere una parte, qualunque cadavere è degno d’esser calpestato in nome di un’oscillante carriera. La moderna Hollywood, città gotica vorace di fama e desiderio, nasconde amari risentimenti occultati sotto la scorza di case fastose, meta di pellegrinaggi turistici. Al riparo delle finestre e delle pareti di casa, Hollywood è regno di incesto, consanguineità e parricidio.

La sceneggiatura Richard Wagner, ex autista di limousine, attore e scrittore (proprio come il personaggio interpretato da Robert Pattinson), produce un mix esplosivo. Dice l’autore: “Ho seguito la sceneggiatura mettendo in risalto la visione di Los Angeles e dell’umanità in generale. Come esistenzialista, penso che ci troviamo davanti a persone disperate, che si lasciano vivere”. Il cineasta canadese non si smentisce nello scavo anatomico, “de profundis” del corpo umano apparentemente immune dai mali di vivere contemporanei: inquietudine, follia, insicurezze al limite del patologico. Ritorna in Maps to the Stars il tema della deformazione esteriore che si fa cancro interno, seme di insania, bomba a orologeria. La giovane Agatha (Mia Wasikowska), gravemente ustionata su ogni parte del corpo, guanti neri a nascondere, quasi un vezzo, piaghe incise dal fuoco, torna a visitare genitori che la vorrebbero morta. Uomini e donne ad Hollywood muoiono velocemente, travolti dal fuoco, annegati in piscine. Ancora ragazzi si convincono d’aver visto e fatto a sufficienza (“Ho vissuto tredici primavere. Dopo tutto è abbastanza”). La moderna babilonia non lascia posto all’innocenza fanciulla, infettata dal male di genitori esposti ad ogni genere di fragilità, nevrosi e insicurezza. I figli conoscono a memoria la poesia di Paul Éluard, Libertà: parola che all’oggi sembra aver perso ogni valore, ogni significato. “Dov’è la libertà?”, sembra chiedere David Cronenberg. Forse nel cielo in mezzo alle stelle.

Chiara Roggino

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