Garrone rifà in inglese “Lo cunto de li cunti”: tra fiaba, barocco e crudeltà

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

E vai con l’inglese. L’idea è di rendere più internazionale il nostro cinema che non varcherebbe la frontiera di Chiasso, come recita il vecchio adagio, in realtà piuttosto fesso. Paolo Sorrentino ha vinto l’Oscar con “La grande bellezza”, girato nella nostra lingua; al contrario, neanche fu preso in considerazione per “This Must Be the Place”, parlato in inglese, con tanto di Sean Penn. Ma tutto cambia. E così ecco che quasi contemporaneamente proprio Sorrentino e l’amico-rivale Matteo Garrone hanno dato a metà maggio il primo ciak ai loro nuovi film, ambientati in Italia ma interpretati da attori hollywoodiani. Michael Caine, Rachel Weisz, Harvey Keitel e Jane Fonda sono le star di “Youth”, già “In the Future”, del regista napoletano reduce dalla statuetta. Mentre Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly, più l’immancabile Alba Rohrwacher, sono al lavoro sul set di “Tale of Tales / Il racconto dei racconti”, del cineasta romano applaudito dovunque per “Gomorra” e “Reality”. Ci sarebbe anche Gabriele Muccino, ormai veterano di Hollywood, che sta dando gli ultimi ritocchi a “Fathers And Daughters”, protagonisti Russell Crowe, Amanda Seyfried e Diane Kruger, ma lì l’inglese ha un senso, essendo ambientata la storia a Pittsburgh.
Di sicuro curiosa, anzi decisamente audace e rischiosa, la scelta di fare oggi un film in costume. “Tale of Tales” sarebbe “Lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, noto anche come “Lo tratteniemento de peccerille”, benché i bambini poco c’entrino con gli argomenti trattati, o “Pentamerone”, per la struttura articolata in cinque giornate debitrice al “Decamerone” di Boccaccio. Le cinquanta fiabe, edite a Napoli tra il 1634 e il 1636, diventano tre nella cine-riduzione scritta dal regista insieme a Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso. Spiega Garrone, forse pensando a certi scritti di Italo Calvino e Benedetto Croce in materia: «L’Italia possiede, con “Lo cunto de li cunti”, forse il più antico, ricco e poetico tra tutti i libri di fiabe popolari, tanto da aver influenzato favolisti come Perrault, Gozzi, Wieland, e gli stessi Grimm, che infatti ripresero alcune di quelle favole». E ancora: «Ho scelto di avvicinarmi al mondo di Basile perché ho ritrovato nelle sue fiabe quella commistione fra reale e fantastico che ha sempre caratterizzato la mia ricerca artistica. Racchiudono gli opposti della vita: l’ordinario e lo straordinario, il semplice e l’artefatto, il regale e lo scurrile, il sublime e il sozzo, il terribile e il soave, brandelli di mitologia e torrenti di saggezza popolare».

L’ambizione? Disegnare un grande affresco del periodo barocco in chiave fantastica, attraverso le storie di tre regni e dei loro rispettivi sovrani. Un’impresa da far tremare le vene e i polsi, di questi tempi. Quattro mesi di riprese tra Sicilia, Puglia, Campania e Toscana, fotografia di Peter Suschitzky e musiche di Alexandre Desplat, due calibri da novanta, un budget sopra i 10 milioni di euro; producono la Archimede di Garrone insieme a Raicinema, più la francese Le Pacte e l’inglese Recorded Picture, con il sostegno di Euroimages e ministero ai Beni culturali.
Naturalmente il set è rigorosamente chiuso alla stampa, e tuttavia qualche immagine, scattata da siti siciliani come Ragusanews.com, è sfuggita alla “blindatura”. Proprio nel mitico castello di Donnafugata, prima di inoltrarsi nelle grotte di Alcantara, Garrone ha voluto ricostruire il palazzo reale per uno dei tre episodi, “L’orsa”, protagonisti Salma Hayek e John C. Reilly.

Al suono di un tamburo, ecco un mesto corteo funebre, popolato di monaci, suore, vescovi, mercanti, nobildonne, cavalieri, e solo in fondo il popolo, tenuto a debita distanza, insieme a nani e gobbi. È il funerale del prode sovrano, morto dopo aver ucciso il drago, nascosto in una grotta marina: il suo cuore, bollito e mangiato, darà all’infelice consorte, regina di Lungapergola, il figlio sempre desiderato e mai avuto. Solo che la magica pozione fa effetto anche sulla giovane sguattera che ha cucinato il cuore. Sicché nasceranno due ragazzi uguali, gemelli, amici per la pelle: il principe Fonzo e il popolano Cannneloro, e non sarà facile per la feroce regina, in combutta con un mago pronta a trasformarla in gigantesca orsa, tenerli lontani l’uno dall’altro, dividere il nobile predestinato dal bastardo imprevisto.

Già si parla di scene “caravaggesche”, nel taglio della luce e delle ombre, nelle scelte dei visi plebei e nel gioco dei costumi. Di sicuro Garrone se ne intende, ha frequentato il liceo artistico, dipinge, ama comporre inquadrature complesse, possiede uno stile personale ma non estetizzante. Prossima tappa la Puglia, tra Castel del Monte, Gioia del Colle e Villaggio Petruscio, poi la Toscana. Gli altri due capitoli, “La vecchia scorticata” e “La pulce”, non sono meno cruenti e insieme fiabeschi, intessuti di atmosfere sublimi e di dettagli raccapriccianti. Nell’uno il re di Roccaforte, dedito alle orge, si invaghirà, per averla sentita cantare, di una vecchia zitella incartapecorita, Dora, con la quale giacerà ignaro nell’ombra, con conseguenze inattese e un finale da brivido che riguarda la sorella di lei, Imma. Nell’altro, ambientato nel regno di Altomonte, comparirà addirittura un orco, tra teste mozzate, principesse da maritare e forzieri di gioielli.

«Io credo questo: le fiabe sono vere. Sono, prese tutte insieme, una spiegazione generale della vita» sosteneva Italo Calvino con gusto del paradosso. Inutile dire che anche Garrone la pensa come lui. Ma la domanda resta: servivano proprio la lingua inglese e attori anglosassoni per raccontare al cinema tutto ciò?

Michele Anselmi

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