Still The Water. Naomi Kawase, nel ciclo della natura

In concorso alla 67/ma edizione del Festival di Cannes, Futatsume No Mado (Still The Water) della regista Naomi Kawase – che nel 1997 fu la più giovane vincitrice della Caméra d’Or con il suo primo lungometraggio Moe No Suzaku – è ambientato nell’isola subtropicale di Amami-Oshima, a nord di Okinawa, un luogo in cui ancora si conservano antichissime tradizioni legate alla natura. Durante le danze tradizionali della luna piena d’agosto il sedicenne Kaito scopre un cadavere che galleggia nel mare. La sua ragazza Kyoko cercherà di aiutarlo a svelare il mistero di quel corpo. Insieme Kaito e Kyoko impareranno a diventare adulti sperimentando l’intreccio dei cicli che legano vita, morte e amore.

Lo scorso anno – racconta la regista – la mia madre adottiva, la donna che mi ha cresciuto al posto dei miei genitori, è morta. Per coloro che restano la morte porta solitudine e irrequietezza. Tuttavia questa solitudine insegna la tenerezza. Ci permette di capire meglio il dolore degli altri e ci riscalda il cuore. Più profonda è la solitudine più grande è la tenerezza che proviamo. Ma le regole dell’universo trascendono la nostra solitudine. Questa è la ragione per cui anche se la mia madre adottiva è morta il sole ancora sorge e la luna ancora appare piena. È questa grandezza, la grandezza della natura, che ho voluto esprimere appieno nel film“.

Alcuni anni fa ho scoperto che i miei antenati provenivano proprio dall’isola di Amami-Oshima. Mentre viaggiavo insieme alla mia madre biologica e alla mia madre adottiva mia nonna me lo ha rivelato. Il sangue che scorre nelle mie vene ha la sua sorgente su quest’isola. Durante il nostro viaggio ho compreso che ogni cosa è connessa. La trasmissione da madre a figlia, si rinnova all’infinito e attraversa il tempo. In quell’epoca io stessa aspettavo un figlio e questa vita, che non aveva ancora visto la luce del giorno, avrebbe portato avanti la mia eredità“.

Gli abitanti di Amami-Oshima – prosegue Kawase – adorano la natura come se fosse una divinità e credono che oltre il mare ci sia una terra chiamata “fonte dell’abbondanza”. È là che le anime vanno dopo la morte. L’immagine che abitualmente si ha dell’isola è quella dell’oceano blu che la circonda. Ma per me il suo vero colore è il verde perché l’isola è coperta da foreste e montagne. Qui la linea che separa la vita dalla morte è confusa. Volevo che gli spettatori realizzassero che gli esseri umani non sono al centro di tutte le cose. Siamo parte di un ciclo della natura. Volevo costruire una storia la cui conclusione è che questa immensa ruota – nella quale ognuno di noi esiste – è di essenza divina. La nostra anima – conclude la cineasta – è complessa, vaga e imprevedibile. Questo film rappresenta un punto di svolta nella mia vita e nella mia carriera di filmmaker“.

Francesca Bani

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