In un film Jimi Hendrix prima della fama, e Verdone lo giudica

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Parola di Carlo Verdone: «Jimi Hendrix? È stato il Mozart degli anni Sessanta». Ma andiamo per ordine. Al cinema furoreggia il ritratto dell’artista da giovane, cioè prima del successo planetario. Un classico: perché si risparmia sui diritti musicali, sempre più proibitivi; e perché si può dar sfogo alla fantasia, giocare con episodi poco noti, senza incorrere nell’ira dei sopravvissuti. Vale pure per “Jimi. All Is by My Side”, dove Jimi sta appunto per Hendrix, il geniale mancino che rivoluzionò il suono della chitarra elettrica con la sua Fender Stratocaster. Non una biografia vera e propria, semmai la storia di quei dodici mesi cruciali, tra il 1966 e il 1967, durante i quali lo sconosciuto musicista di Seattle, per metà nero e per metà indiano, trovò a Londra il modo di farsi notare e apprezzare, preparandosi a incendiare il palco di Monterey, letteralmente, dando fuoco alla propria “Strato”. L’ha scritto e diretto John Ridley, premio Oscar per la sceneggiatura di “12 anni schiavo”, e il Biografilm di Bologna l’ha scelto per inaugurare il 6 giugno la sua decima edizione.
Trattandosi di Hendrix, impossibile non rivolgersi a Verdone, un’autorità in materia. Per varie ragioni: conosce a memoria i suoi brani, alcuni dei quali suona tuttora alla chitarra o alla batteria; ha scritto di lui sui giornali, ha intervistato il padre sulla tecnica sonora del “feedback” distorto; conserva alcune memorabilia, tra cui uno svogliato autografo vergato sulla mappa della metropolitana di Londra nel quale Hendrix mandava a quel paese un fan rompiscatole. Ma soprattutto per avergli dedicato il pezzo finale di “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”, ambientato in Cornovaglia, dove la nevrotica Margherita Buy si improvvisava giornalista registrando, senza accendere il sonoro, un’intervista-bomba sulle ultime ore del chitarrista, morto ufficialmente per overdose il 18 settembre 1970 alla giovane età di 28 anni.
«Il pretesto vagamente giallo, che ipotizzava un omicidio, era solo un espediente per fare un film diverso, fuori dall’Italia, per dare aria alla storia, parlare in modo divertente di psicoanalisi omaggiando il blues rivoluzionario, quasi psichedelico, di Jimi» spiega l’attore-regista al “Secolo XIX”. Di sicuro quella volta gli riuscì un colpo da maestro: piazzare nel film una manciata di canzoni originali, da “Stone Free” a “The Wind Cries Mary”, da “Foxy Lady” a “Catfish Blues”, a prezzi oggi impensabili. «Sì, fu una fortuna spacciata. Dovuta a quei tre mesi di interregno, nel 1991, prima che l’avida sorella di Hendrix acquisisse tutti i diritti da Alan Douglas. Seppi rivolgermi alla persona giusta della casa discografica e andò bene».
Oggi sarebbe impensabile un colpaccio del genere. Infatti “Jimi. All Is by My Side” non sfodera canzoni originali, se non, fa notare con puntiglio da studioso Verdone, “Killing Floor”, che in realtà era una cover. «E che cavolo! Almeno un brano famoso avrebbero potuto metterlo nel film. Che so: “Purple Haze”, “Foxy Lady”, “Crosstown Traffic”, “Vodoo Chile”… Un giovane che non sappia nulla di Hendrix e non abbia mai sentito un suo brano che cosa capirà mai?» si chiede l’attore. Che però aggiunge: «Il film è interessante, si rifà nella regia a un certo modo underground, ricorda i documentari che da giovane vedevo al Filmstudio. Uno stile frazionato, colori sgargianti, ricostruzione d’ambiente perfetta, una Londra swingin’ e cupa allo stesso tempo, una società sbandata, l’ambiente della musica e dei discografici, i sosia di Paul McCartney, George Harrison, Keith Richards, i due interpreti principali scelti davvero bene». Lui, Hendrix, parruccone d’ordinanza alla maniera di Dylan e abiti già estrosi, è incarnato da André 3000, del duo hip-hop “OurKast”, già attore per John Singleton e Guy Ritchie. Lei, la musa e amata Linda Keith, è l’emergente Imogen Poots, appena vista in “Non buttiamoci giù”.

E tuttavia? «Manca la sua musica. Sentiamo un diluvio di parole. Hendrix che accorda la chitarra o parla di tutto e niente, di anima e di blues, con la sua donna, con l’agente, con i musicisti, un po’ alla maniera di “Blow Up”, forse con qualcosa di Godard. Ripeto: mi va benissimo che il film si chiuda con l’esibizione trionfale al festival di Monterey, fu l’inizio del mito Hendrix, la nascita di quel trio formidabile col bassista Noel Redding e il batterista Mitch Mitchell che avrebbe fatto la storia del rock…». Ma qualcosa non torna, appunto. «Non so. Mi chiedo, per esempio, se sia vero l’episodio che si vede a un certo punto. Eric Clapton, all’epoca il chitarrista più idolatrato del mondo, tanto che una scritta sui muri di Londra diceva “Clapton is God”, prima invita Hendrix a salire sul palco con i Cream e poi se ne va offeso in camerino perché scopre che l’altro è più bravo di lui. Non mi risulta. Clapton ha sempre espresso giudizi gentili su di lui. Semmai fu Pete Townshend, proprio a Monterey, a fare l’offeso, perché Hendrix era stato messo in scaletta dopo gli Who. Una scelta vissuta come un affronto».

Hendrix, come Janis Joplin, Jim Morrison e tanti altri musicisti morti giovani di droga, non dev’essere stato un uomo facile da frequentare. Riprende Verdone: «Per quel che so, era di poche parole, testardo, anarchico, un bambino, pure fissato con gli alieni, consapevole del proprio talento anche se non l’ostentava. Uno che confessava: “Quel concerto non ascoltatelo, ho suonato e cantato male”». Ma in fondo non è l’uomo che interessa a Verdone, più di tanto. «Solo la sua musica mi riporta alla sua umanità, al suo mondo intimo, due cose sempre difficili da restituire al cinema quando si racconta la storia di un artista famoso, amato da tutti. Anche se John Ridley ci prova, spesso con momenti felici». Se poi gli chiedi quante volte rimette sul piatto del giradischi i vecchi album di Hendrix la risposta è questa: «Lo ascolto a periodi. Magari faccio una sbornia della sua chitarra, poi chiudo e riprendo dieci mesi dopo. Non è una musica da mandare a gogò. E intanto, nell’intervallo, riassaporo gli Who, i Led Zeppelin, David Crosby, Bob Dylan, Neil Young, David Sylvian, il mio prediletto Joe Bonamassa».
I Queen no?«Ma scherza? Secondo un recente sondaggio, non so quanto credibile, i ventenni li considerano il gruppo più importante di tutti i tempi. Con tutto il rispetto per la voce inconfondibile di Freddie Mercury, era solo la band più cafona: pareva suonassero sempre la stessa canzone. Vogliamo metterli con i Beatles?». In effetti.

Michele Anselmi

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