Walesa oltre la retorica, e Johnny Cash a sorpresa sui titoli di coda

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Che ci fa una canzone di Johnny Cash sui titoli di coda di “Walesa. Uomo della speranza”? È una delle sorprese del nuovo film di Andrzej Wajda, il regista polacco di “L’uomo di marmo”. Pochi sanno, infatti, che il country singer scrisse la ballata “Solidarity is Forever” proprio per il sindacalista di Danzica, richiamando nel titolo il movimento di Solidarnosc.
Poteva essere a rischio agiografia un film sulla carismatica, pure controversa, figura dell’elettricista di Popowo che riuscì a mettere in moto una rivoluzione pacifica, fino a conquistare il Nobel nel 1983 e vincere le elezioni nel 1989. «È il soggetto più difficile da me affrontato in mezzo secolo di carriera» riconosce il cineasta, pure abituato a rievocare pezzi di storia patria oggetto di oblio o manipolazione, come nel caso del massacro di Katyn perpetrato dai sovietici.

Invece “Walesa. Uomo della speranza”, dal 6 giugno in sala, non è un mattone. Dribbla le insidie della retorica cine-biografica, senza sottacere i difetti e le contraddizioni dell’uomo, specie una certa tendenza a parlarsi addosso, anche grazie alla prova non macchiettistica di Robert Wieckiewicz e a una certa scansione quasi rock-punk. Certo, senza il sostegno anche economico del Vaticano e personale di Papa Wojtyla probabilmente Solidarnosc non sarebbe riuscita a infliggere un colpo così mortale al regime comunista filo-sovietico, e di sicuro il film sorvola sul ruolo di cuscinetto, a evitare l’arrivo dei carri armati da Mosca e la possibile carneficina, svolto dal generale Jaruzelski. Ma il film porta nel titolo il nome di Walesa, ed è naturale che Wajda si concentri sull’uomo e il leader, partendo dalla famosa intervista rilasciata una domenica pomeriggio del 1981 alla nostra Oriana Fallaci, incarnata con notevole somiglianza di gesti e toni verbali, da Maria Rosaria Omaggio.
«Quest’intervista può essere molto scomoda per loro», cioè i comunisti al potere, profetizza la giornalista prima di incontrare Walesa, a sua volta non così felice di incontrare quella che chiama «la stregaccia». L’incontro, sulle prime burrascoso, diventa la cornice per un andirivieni temporale che ricostruisce gli eventi attraverso i quali lo sconosciuto portuale, pure rilasciato dalla Polizia politica dopo la repressione del 1970, diventerà l’indiscusso capo del movimento sindacale, fino allo sciopero epocale del 1980.

«Sono un uomo di fede, e in questo momento la Polonia ha bisogno di un uomo come me» confessa Walesa a un certo punto. Sapendo bene, in cuor suo, che presto il popolo, affamato e precipitato nel baratro economico, l’avrebbe abbandonato, salvo poi acclamarlo di nuovo alla morte di Breznev.

Michele Anselmi

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