Il cinema dimenticato. Tracce di nero italiano dagli albori agli anni Sessanta

Nonostante l’horror cinematografico nostrano segni i primi quanto soffusi passi in Malombra (1942) di Mario Soldati (“remake” dell’omonimo film di Gallone del 1917), sin dagli albori della Settima Arte qualcosa strisciava nel buio anche nell’assolata penisola. Il cinema dimenticato. I film fantastici e horror italiani dal 1895 al 1960 (Profondo rosso Edizioni, 2014) di Luigi Cozzi si prefigge allora di scovare quei titoli che, più o meno, hanno aperto la porta ad una tradizione artistica giunta alla maturità con le opere di registi quali Mario Bava, Antonio Margheriti e Riccardo Freda. Diviso in piccoli e agili paragrafi, il volume parte accennando alla nascita del mezzo, ai pionieri e agli stabilimenti cinematografici per poi gettarsi nel vivo del tema. Lavori dimenticati o perduti, da Le gelosie di Satana, della Cines di Alberini, a Un Cicerone a Roma, da Malìa dell’oro a Un viaggio in una stella, evidenti gli echi di Méliès già dal titolo, fino a L’Inferno (1911) di Adolfo Padovan, che costituisce forse il primo grande film fantastico-orrorifico italiano.

Non è possibile trattare la storia del cinema degli albori, soprattutto italiano, senza fermarsi a riflettere sul fenomeno del divismo, per questo Il cinema dimenticato non manca di trattare figure cardine come Francesca Bertini o Lyda Borelli, interprete di Rapsodia satanica, Emilo Ghione con il personaggio di Za la Mort oppure Leda Gys, madre di Goffredo Lombardo. Man mano che gli anni si avvicinano a noi le notizie si addensano e le analisi si fanno più attendibili come nel caso di Rigenerato di Giulio Donadio, di Il mostro di Frankenstein di Eugenio Testa ( ma ideato, prodotto e interpretato da Luciano Albertini) o di Maciste all’Inferno di Guido Brignone, celebre anche per gli apprezzamenti di Federico Fellini che lo vide bambino. Aperti dal primo film sonoro italiano, La canzone dell’amore di Gennaro Righelli, gli anni Trenta sono quelli del perduto Il caso Haller (1933) di Alessandro Blasetti, di Il cuore rivelatore di Alberto Mondadori o dei gialli di Raffaele Matarazzo come Il serpente a sonagli (1935), Joe il rosso (1936), L’anonima Roylott (1936) e L’albergo degli assenti (1939).

Più risaputi, ma ugualmente stimolanti, appaiono i capitoli successivi: gli anni Quaranta, Fantasia epica, gotico e il grande Totò, e Cinquanta, Verso il primo horror moderno, titolo evidentemente riferito a I vampiri (1957) di Riccardo Freda. Esaustivo e spesso inconsueto, il volume di Cozzi, che fa il paio con il precedente Space Men – Il cinema italiano di fantascienza, può anche essere visto come il punto di partenza per nuove esplorazioni e ricerche all’interno di un certo tipo di saggistica cinematografica. Al secondo capitolo, Il cinema italiano tra incubo, macabro e fantastico dal 1910 al 1929, ha contribuito Antonio Fabio Familiari.

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