Cinema “due camere e cucina”? In fondo può essere una buona idea

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Nei primi anni Novanta, per sfotticchiarlo, si diceva che il cinema italiano fosse piccolo, angusto, autoreferenziale, ombelicale, girato in interni tristi per risparmiare. Appunto: «Un cinema due camere e cucina». La formula ebbe un certo successo giornalistico. Purtroppo. Se poi si voleva stroncare un film bastava tacciarlo d’essere «televisivo» o «teatrale». Col risultato che, a volte, le due accuse opposte coincidevano nel giudizio sommario.
Eppure, senza nulla togliere al grande cinema d’azione e inseguimenti, di paesaggi mozzafiato, di effetti speciali, è difficile non riconoscere che la parola resta centrale in ogni storia che si rispetti. Da lì sgorgano l’emozione, il contrasto, il conflitto, in fondo anche l’identificazione dello spettatore. Perfino quando si trasforma in chiacchiera, se è chiacchiera epigrammatica o arguta, come dimostrano le proverbiali commedie di Eric Rohmer. La parola ha molto a che fare col teatro, anche se certo bisogna intendersi sul concetto di cinema teatrale.
Eppure basta dare uno sguardo a qualche titolo uscito non troppo indietro nel tempo, da “Locke” di Steven Knight a “Venere in pelliccia” e “Carnage” di Roman Polanski, da “Cosmopolis” di David Cronenberg a “Io e te” di Bernardo Bertolucci e “All Is Lost” di J.C. Chandor, magari ricordando anche “Sotto una buona stella” di Carlo Verdone, per rendersi conto quanto il buon cinema sia in fondo debitore al teatro. Non a caso uno come Laurence Olivier amava ripetere: «Se nel 1599 fosse esistito il cinematografo, Shakespeare sarebbe stato il più grande regista del suo tempo. Il coro che apre “Enrico V” quasi invita alla creazione di un film».
Poi, chiaro, sul tema ciascuno la pensa come vuole. «Il cinema è una creazione. Il teatro soltanto un’interpretazione» teorizzava Luchino Visconti, pur frequentando entrambi. «Il teatro è la generosità, il cinema l’avarizia» contraddiceva George Cukor. «Il cinema e il teatro si voltano la schiena. A teatro regnano gli attori, l’autore appartiene a loro. Al cinema loro ci appartengono» sosteneva Jean Cocteau. Mentre Robert Bresson amava provocare così: «Nel corso dei secoli il teatro si è imborghesito. Il cinema (teatro fotografato) rivela fino a che punto».
Difficile distribuire torti o ragioni. La verità, forse, è più semplice: ci piace pensare che il teatro porti con sé una recitazione artificiosa, gonfiata, trombonesca, da luoghi chiusi; il cinema, invece, pescherebbe nella realtà, pedinandola o ricostruendola fedelmente, lavorandola ai fianchi, restituendola più o meno com’è. Però un esteta dell’immagine come Michelangelo Antonioni scriveva: «Non facciamoci illusioni: nel momento stesso che ci ispira, la realtà diventa il nostro nemico numero uno».
Allora come se ne esce? Non se ne esce. Anzi, per risparmiare sul budget, per sfida stilistica, pure per l’avanzare dell’età, molti cineasti di valore hanno ripreso a chiudersi idealmente in quelle due camere e cucina che un tempo sembravano una prigione creativa, un cella ammazza-film, veleno da botteghino. Pensate alla vitalità universale, figlia di una tessitura sofisticata, esplicitamente scenica, di “Venere in pelliccia” e “Carnage” dell’oggi ottantenne Polanski. Due film “piccoli”, una scenografia fissa, eppure capaci di riflettere coi lori interpreti prodigiosi sulla natura umana, che si parli di sesso o di pregiudizi sociali, meglio di tante commedie portate in esterno per far loro prendere aria.

Oppure pensate a “Locke”. Dove non si parla del filosofo inglese seicentesco bensì di un ingegnere edile di nome Ivan Locke alle prese con un’ora e mezza alquanto infernale. Scritto e diretto dal 59enne Steven Knight per Tom Hardy, unico protagonista in scena, il film è una di quelle scommesse che partono come esercizio di stile, evocando la scansione degli eventi in tempo reale senza mai scendere dall’interno di un Suv, e via via si impongono per qualità drammaturgica, prova d’attore, forza delle situazioni. Più di “Buried” o di “127 ore”, per fare due esempi recenti di cinema claustrofobico: un solo ambiente, un uomo alle strette, parole e pensieri a pioggia.
Chi l’ha visto, sa che in 85 minuti esatti, quanto dura il viaggio verso un ospedale londinese, “Locke” scandisce l’odissea personale di un uomo che non vuole seguire le orme del padre scellerato, pronto a perdere tutto pur d’essere onesto con se stesso. E intanto si moltiplicano le telefonate di fuoco: della moglie, dell’amante partoriente, dei capi e dei sottoposti. A un certo punto tutto sembra cadere addosso allo sventurato, e tuttavia, forse memore di Max Frisch, Locke riuscirà a rendersi “homo faber” del proprio destino.
Le cronache da Cannes hanno appena riferito di una sprezzante risposta di Quentin Tarantino a una battuta altrettanto sprezzante di Jean-Luc Godard, in concorso col noiosetto e cervellotico “Adieu au langage”. «Godard ha detto che lei è un poveraccio. Cosa risponde?» hanno chiesto al regista americano. «Me lo venisse a dire in faccia» è stata la replica alla maniera di “Bastardi senza gloria”. E tuttavia proprio quel film partiva con un formidabile duetto teatrale, un corpo a corpo fondato esclusivamente sulla parola, sulla crescente tensione, tra il luciferino colonnello nazista Hans Landa e lo spaventato contadino Perrier LaPadite beccato a nascondere alcuni ebrei. È cinema o teatro quel pezzo di alta drammaturgia costruito su sguardi, allusioni, minacce e blandizie? «Le idee vanno bene per il teatro, il cinema preferisce trame semplici, lineari, intessute di fatti» sentenziava David W. Griffith, il regista di “Nascita di una nazione”. Ma forse, con tutto il rispetto, aveva torto.

Michele Anselmi

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