David: Sorrentino e Virzì si spartiscono tutto e poi vanno a cena insieme

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Alla faccia di chi li voleva avversari, l’uno contro l’altro armati, Paolo Virzì e Paolo Sorrentino martedì sera10 giugno, dopo la cerimonia di gala alla Dear, sono andati a cena insieme da “Angelina”, nel romano quartiere di Testaccio, con amici, mogli e colleghi di troupe. Bravi. Così si fa.
Com’è andata coi David di Donatello 2014? Miglior film “Il capitale umano” di Virzì, migliore regista Sorrentino per “La grande bellezza”. Una scelta apprezzabile, anche oculata, che non fa torto a nessuno dei due eccellenti cineasti. Se il già oscarizzato “La grande bellezza” ha vinto più statuette, 9 per l’esattezza, molte delle quali tecniche, le più pesanti sono andate a “Il capitale umano”, che ne ha conquistate 7. «Era già una festa essere qui. Siamo una strana etnia, noi cineasti italiani, alterniamo profondi scoramenti e improvvisi trionfi» ha confessato il cineasta livornese, dedicando il massimo premio «ai cinque meravigliosi esordienti» presenti a vario titolo nelle cinquine di questa 58ª edizione.
I David si fregiano di essere, magari con una punta di esagerazione, gli Oscar italiani. Infatti l’anno scorso Raiuno aveva voluto riportare la premiazione in prima serata, puntando sugli impertinenti Lillo & Greg, nel tentativo di rendere più pop la messa cantata del cinema nazionale. Il revival non ha pagato in termini di ascolti, così, nonostante la presenza sul palco della nuova coppia comica Anna Foglietta & Paolo Ruffini, lei incinta e lui adrenalinico, s’è tornati alla più rassicurante diretta su Raimovie delle 19 con differita su Raiuno alle 23.
Così è stato il bel film di Virzì, che trasporta in una natalizia Brianza la vicenda di avidità, segreti e ipocrisia scritta dal romanziere americano Stephen Amidon, a imporsi di stretta misura su “La grande bellezza” di Sorrentino, mentre “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati e i sopravvalutati debutti “La mafia uccide solo d’estate” di Pif e “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia non sono mai stati davvero in partita. Avrebbe dovuto esserci “In grazia di Dio” di Edoardo Winspeare, ma quasi nessuno dei giurati l’aveva visto. D’altra parte, “La grande bellezza” aveva già ottenuto praticamente tutto: incassato in Italia oltre 7 milioni di euro, fatto ascolti record in tv, messo d’accordo pubblico e critica prima di arrivare alla statuetta dorata di Hollywood ed essere venduto dappertutto nel mondo. “Il capitale umano” s’è presentato come il rivale perfetto: potente e allusivo, odiato scioccamente dai leghisti e da buona parte del centrodestra, conferma il talento di un cineasta a suo modo spiazzante, che non ama ripetersi, come Virzì.
Assente giustificato per impegni teatrali, Toni Servillo, rimasto l’anno scorso a bocca asciutta con “Viva la libertà”, ha naturalmente trionfato come migliore attore protagonista, e in effetti il suo Jep Gambardella è uno dei quei personaggi che restano impressi nella memoria, per finezza e potenza. Mentre Valeria Bruni Tedeschi ha vinto, sul versante femminile, per la prova vibrante, tra nevrosi e infelicità, fornita nel “Capitale umano”. Purtroppo si impappina quando deve parlare fuori dal set: ieri sera, ricevendo il premio, ha detto «stortature» e «maldestrerie». Per lo stesso film incontestabili i David ai miglior interpreti non protagonisti: Fabrizio Gifuni e Valeria Golino.
Alla voce miglior debutto nessuna sorpresa: la pletorica giuria di 1.468 membri, in genere distratta o svogliata, ha laureato “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif. Scelta annunciata, pure prevedibile. Peccato per “Miele” di Valeria Golino: un film duro, coraggioso, non manicheo sui temi dell’eutanasia. Giusto il premio ai genovesi Pivio e Aldo De Scalzi, migliori musicisti per “Song’e Napule” dei fratelli Manetti. Corretti, se non fossero troppi, i David speciali andati a Marco Bellocchio, Andrea Occhipinti, Sophia Loren e agli scomparsi Carlo Mazzacurati e Riz Ortolani. Ha dato buca, invece, l’annunciato Quentin Tarantino, ma nessuno in realtà pensava che sarebbe venuto davvero a ritirare due precedenti David.
Sapremo oggi se il pubblico ha seguito da casa. A occhio non si direbbe. La solita, noiosa, zuppa, appena insaporita dalle bischerate, inutilmente grevi e goliardiche, di Ruffini, per fortuna messo in riga da Valerio Mastandrea. Il tutto all’insegna di un egocentrismo auto-riferito, con chi premia che dice “io io io” e si compiace di rosolare la suspense prima di scandire il nome del vincitore. L’embargo fino a tarda ora, per evitare fughe di notizie e malumori tra gli artisti in attesa raccolti agli studi della Dear, ha complicato solo il lavoro dei cronisti. Sin dalla mattina coinvolti nella faccenda per il tradizionale incontro al Quirinale, officiato dallo storico patron del premio Gian Luigi Rondi.
La cronaca registra nell’ordine: a) applausi calorosi per il neo-ministro Dario Franceschini, il quale, potendo ora vantare sgravi fiscali per 150 milioni all’anno, ha promesso «di lavorare perché il cinema italiano abbia un grande futuro; b) la consueta cordialità nei confronti del Capo dello Stato, che ha parlato a braccio, ironizzando sul frequente succedersi di ministri, omaggiando Mazzacurati, baciando donna Sophia, scherzando sull’età e ricordando di aver tentato anch’egli in gioventù di avventurarsi «nelle strade del cinema e della letteratura per poi passare ad altre strade»; c) l’ispirato saluto del genovese Giuliano Montaldo, a nome del cinema, con polemica d’obbligo verso l’ex ministro berlusconiano Sandro Bondi che definì gli artisti «accattoni» e qualche sforbiciata rispetto al discorso distribuito ai giornalisti. Tolto il doppio riferimento alla parola d’ordine “resistere”: meno male.

Michele Anselmi

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