Calcio e videoarte: un incontro (im)possibile?

L’imminente inizio dei mondiali di calcio sta calamitando un’attenzione progressivamente crescente su questo evento di portata globale (e globalizzata). Sport riconosciuto a livello mondiale, surrogato sportivo dei grandi conflitti internazionali e attrazione postmoderna per eccellenza, oggi più che mai un incontro calcistico può e forse deve essere letto entro una cornice massmediologica e visuale che ne metta in evidenza gli elementi di costruzione e di regolazione fruitiva. Interessanti analisi sulla visualità sportiva hanno evidenziato in maniera sempre crescente come la partita di calcio sia diventata sempre più un’occorrenza visiva ancor più che effettiva, un prodotto concepito e studiato per essere guardato attraverso un’interfaccia tecnologica più che in prima persona.

La copertura televisiva degli incontri sportivi garantisce infatti la possibilità, allo spettatore collegato a distanza, di poter sfruttare uno sguardo dotato di una potenza voyeuristica incredibilmente elevata: l’occhio della telecamera segue l’evento rituale regalando sempre la miglior ripresa possibile, in modo non molto diverso da quanto si proponeva di fare il cinema americano classico, proponendo un singolare compromesso fra ubiquità e immobilismo spettatoriale. Proprio su questo elemento si è soffermata in un senso che potremmo facilmente definire decostruttivo l’opera Zidane, un portait du XXIème siecle della coppia Parreno-Gordon.

Riprendendo un incontro calcistico i due videoartisti hanno fatto convergere la loro attenzione su un unico giocatore, proponendo una inedita collisione di sguardi verso un unico giocatore, Zidane per l’appunto. Già questa scelta ci dice chiaramente come il gioco, di per sé fortemente collettivo, si sia trasformato in un rituale celebrativo che per sua stessa natura esige l’elezione di un eroe, il quale di norma non è comunque il protagonista assoluto della partita. Nel video in questione invece, l’attenzione ossessiva riservata ai movimenti di Zidane ce li fa apparire in chiave straniante e ci consente di vedere come, nei fatti, i movimenti del giocatore siano spesso balbettanti e costituiti da anonime peregrinazioni per la maggior parte del tempo.

Eppure l’intento dei due autori non sembra del tutto negativo: Zidane è comunque un ritratto del ventunesimo secolo, il che può essere interpretato in almeno due modi (come nota giustamente Marco Senaldi): da una parte un ritratto appartenente al XXI secolo, perché di quest’epoca e perché realizzato attraverso il regime che più gli si addice, cioè quello video-cinematografico; dall’altra parte Zidane è il ritratto del secolo nella sua interezza e in questo si dota di una forte esemplarità, consacrando l’eroe calcistico a vate della postmodernità fluida e mediatizzata. Figura mitica ma ben poco titanica, persa a zampettare in modo quasi animale nelle distese abnormi di un campo sovrailluminato. Come sempre, il confine fra accettazione e critica è molto, forse troppo, lieve.

Giuseppe Previtali

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