Archibugi torna con una commedia corale: gioco al massacro tra Francia e Italia

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

È lei stessa, Francesca Archibugi, classe 1960, a definirlo così, riferendosi a un fortunato film di Roman Polanski: «Sarà una sorta di “Carnage” familiare, ma in forma di commedia sentimentale, con più amore, senza una lui e una lei. Cinque persone si squartano metaforicamente nel corso di una notte per poi ritrovarsi. Un film d’attori e di personaggi, una scelta ponderata per emulsione magica tra carta ed essere umano. “Carnage” è spietato, non dà scampo all’umanità: l’ho ammirato ma non amato». Accidenti.
Si sta finendo di girare a Roma “Il nome del figlio”, remake piuttosto in libertà di un film francese del 2012, diretto da Alexandre de la Patellière con Matthieu Delaporte, intitolato “Le prénom” in originale e “Cena tra amici” da noi. Un successo strepitoso in patria, per nulla in Italia: appena 728 mila euro al box-office. Tanto da autorizzare, appunto, una riscrittura firmata, alla voce sceneggiatura, da Archibugi insieme a Francesco Piccolo. Appena cinque settimane di riprese, attori che hanno rinunciato all’abituale compenso per aiutare il progetto, una combinazione produttiva che vede insieme Indiana Production Company, Motorino Amaranto e Lucky Red, uscita a gennaio 2015. Prima si finisce il film, poi magari interverrà la Rai per i diritti televisivi.
Pochi giorni fa si girava una scena ai Parioli, con tanto di finta pioggia invernale sotto il sole canicolare, all’ingresso dell’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico truccata da clinica esclusiva: lì dovrà partorire Simona, incarnata da Micaela Ramazzotti. Estrazione popolare, viene da Palocco alle porte di Roma, la giovane e bella signora ha fatto carriera in tv presentando un programma sportivo e ora firma best-seller vagamente erotici, del tipo “Le notti di Effe”. Aspetta un figlio da Paolo, ossia Alessandro Gassman, un estroverso, burlone e vitalista agente immobiliare che viene da una famiglia ebrea di alto lignaggio culturale. L’uomo ha dirazzato alquanto rispetto alle proprie origini: vende case di lusso, gira in Suv, non vota, in fondo è un menefreghista patentato, detesta l’ipocrisia di sinistra e si trova benissimo nell’Italia odierna. A differenza della sorella Betta, cioè Valeria Golino: insegnante con due bambini, colta, positiva, empatica, ma tormentata dietro l’apparente serenità matrimoniale costruita insieme al prof universitario Sandro interpretato da Luigi Lo Cascio. Tra le due coppie c’è l’amico d’infanzia Claudio, un eccentrico musicista, con la faccia tosta ruspante di Rocco Papaleo, che cerca di mantenere in equilibrio gli squilibri altrui.
Spiega Archibugi al “Secolo XIX”, durante una pausa delle riprese: «Potrebbe essere la solita cena allegra tra amici che si frequentano e si sfottono sin da quando erano bambini. Invece una domanda semplice sul nome del figlio che Paolo e Simona stanno per avere induce a una discussione che porterà a sconvolgere una serata qualsiasi. Verranno fuori feroci differenze, diversità profonde, antichi rancori, litigi sui gusti sessuali, rivelazioni sull’impotenza». Risultato? «Ognuno dei protagonisti rivelerà segreti inaspettati che si infileranno pian piano nella serata e la ribalteranno con conseguenze tragicomiche». L’Italia vista da una cena.
Un film corale, di impianto teatrale, molto parlato, ricco di piani sequenza, quasi tutto in interni, a parte un flashback ambientato in una sontuosa villa di Castiglioncello. Non era, in realtà, quello che la regista del “Grande cocomero”, dopo aver firmato lo straordinario “Questione di cuore” nel 2009, aveva in mente di girare. L’idea era di portare sullo schermo il libro “Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbar” di Fabio Geda, ma le traversie di un ragazzino afghano quattordicenne non sono apparse così appetibili. «Ero depressa, stesa sul divano da mesi, avvilita per il film saltato. Per fortuna i produttori mi hanno dato due amichevoli “pizze” in faccia: “Basta, rimettiti a lavorare, c’è questo progetto”. Così ho fatto, accettando la sfida di far sorridere».
Sul set la regista controlla tutto dal monitor, gira velocemente ma sembra non sfuggirle nulla. «Buona questa, stop!» ingiunge. Avrete capito che, a partire dal titolo, il nome del figlio è il perno drammaturgico attorno al quale si sviluppa l’intreccio. Adolfo, come Hitler, nella versione francese; Benito, come Mussolini, in questa italiana. Non che Paolo voglia davvero chiamare così il nascituro, ma gli pare divertente provocare amici e parenti, sfidare il “politicamente corretto”, senza immaginare la miscela infernale che ne verrà fuori.
Circondata dai cinque attori protagonisti, quattro dei quali – Gassman, Lo Cascio, Golino e Papaleo – pure registi, Archibugi definisce «una performance quasi atletica» la loro prova. «I personaggi non sono tutti borghesi, vivono immersi in un’indefinibile pappa di ceto medio: nel momento del conflitto verbale riescono fuori tutte le contraddizioni originarie». Il modello, per esplicita ammissione, è l’Ettore Scola di film come “La terrazza”, “La famiglia” o “La cena”. Anche se qui si parte da un testo francese, appena portato a teatro anche da Sabrina Ferilli. Poi, d’accordo, ci sono remake e remake: di sicuro “Il nome del figlio” verrà molto meglio dei recenti “Stai lontana da me” di Alessio Maria Federici e “Un fidanzato per mia moglie” di Davide Marengo.

Michele Anselmi

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