Dati sensibili

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 13 giugno

Si è da poche ore celebrata la kermesse dei David di Donatello, che qualche buontempone  ha definito gli Oscar italiani e a vedere la pioggia di premi ci sarebbe da credere nell’ottima salute del cinema nostrano. Purtroppo non è così.  Box Office, l’unica rivista sopravvissuta per occuparsi di economia del cinema nel numero di fine maggio fa il bilancio della passata stagione, incassi 2013. Già il titolo non è rassicurante: “Crollano gli investimenti”. Nel 2012 gli investimenti sommavano a 493,14 milioni di euro, mentre nel 2013 sono scesi a 357,60.  Una differenza di 136 milioni di euro non è davvero poca cosa. Se allarme deve essere, va però detto che tutto il paese è in profondo rosso. Dunque non si vede come l’industria cinematografica possa chiamarsi fuori. Osserviamo le cifre. Nel 2012 abbiamo  prodotto 166 film di nazionalità italiana, intendendo per tali quelli che hanno ottenuto il nulla osta alla proiezione in pubblico nel corso dell’anno solare. Nel 2013 ne sono stati prodotti 167, quindi siamo quasi pari. Ma mentre nel 2012 ci sono state 37 coproduzioni, nel 2013 sono scese a 29. Anche in questo caso una differenza non da poco. Il costo medio di produzione di un film interamente italiano è stato 1,99  milioni nel 2012 ed è sceso a 1,69 lo scorso anno. In Francia il costo medio è più del doppio, ma laggiù lo stato investe complessivamente circa mille milioni l’anno, quasi dieci volte più che da noi!

Crescono in tempo di crisi i film cosiddetti low budget, prodotti con un investimento inferiore a 200.000 euro: 53 nel 2013, contro 37 nel 2012. Il che non è un buon segno, perché la maggior parte di questi titoli non si possono davvero definire opere cinematografiche. Infatti una volta realizzati vanno a sbattere contro il muro della distribuzione, che a torto o a ragione tende a rifiutarli. Sul piano dell’investimento pubblico, i contributi statali per i film “di interesse culturale” (ridicola dizione che andrebbe si spera presto sostituita e meglio definita) nel 2013 sono stati 10,80 milioni e 31 milioni i crediti di imposta alla produzione, affiancati da 16,88 milioni per il “credit esterno” e da 4,75 milioni per il credito di imposta ai distributori. Infine sono stati  6,67 milioni i contributi regionali. I film che hanno ottenuto il contributo in base all’articolo di legge dell’”interesse nazionale” sono stati 23. Sorge naturale una domanda: chi sono gli investitori “esterni” (cioè esterni all’industria cinematografica) che credono nel cinema? Prevalentemente banche e assicurazioni, Se però si andasse a una verifica approfondita, si scoprirebbe che costoro investono, in pieno accordo con le produzioni, sono una quota “garantita” e non l’intera somma come richiede la normativa. Se dopo il Mose si passasse al cinema ne vedremmo delle belle.

C’è poi il capitolo dei passaggi dei film in tv: 4.442 nel 2012 contro 4258 nel 2013. I film italiani programmati in prime time, prima serata, sono stati però parecchio di meno. Sorprende trovare al primo posto Canale 5 con 48 passaggi, seguito da Rai 3 con 47 e Rete 4 con 36. Fanalino di coda, e sorprende ancora di più, la rete ammiraglia della tv pubblica, Rai Uno, con soltanto 13 prime visioni. Record di ascolti per l’ever green “La vita è bella” di Benigni con 7,3 milioni di spettatori, distaccato da “Benvenuti al sud” con 5,6 milioni. Nel 2103 Sky Cinema ha programmato 513 film italiani contro i 649 del 2012. I canali multipiattaforma di Mediaset hanno trasmesso 1.073 titoli italiani contro 584 della Rai. Se confrontiamo questi dati, si potrebbe dire che a prestare servizio pubblico è rimasto soltanto l’impero di Berlusconi. Ma davvero vogliamo continuare a pagare il canone per una televisione che si proclama pubblica e poi perde il confronto con quella commerciale? Il neo ministro alla cultura Dario Franceschini ha detto che interverrà a correggere il trend Rai in difesa del cinema italiano. Speriamo che le sue promesse siano più concrete di quelle di un suo predecessore a Via del Collegio Romano, l’ex ministro Giancarlo Galan. Ma forse lui era troppo impegnato a batter cassa.

Roberto Faenza

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