Le week-end. Come salvare un matrimonio (nonostante Godard)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«L’amore muore» fa lei. «Solo se l’uccidi» replica lui. Meg e Nick Burrows sono due inglesi sessantenni arrivati a Parigi da Birmingham per festeggiare senza troppa convinzione il loro trentesimo anno di matrimonio, lì dove passarono la luna di miele. Ma l’alberghetto di Montmartre è cambiato in peggio, le stanze sono tristemente tinteggiate di beige, pure ristrette, e così Meg, già di cattivo umore per una serie di vicende che scopriremo via via, ingaggia un tassista per farsi scorrazzare due ore di seguito nella Ville Lumière. Così partono subito parecchi euro, sotto lo sguardo preoccupato del marito. Figurarsi quando la donna, ancora bella e sempre elegante, sceglie la suite più costosa di uno degli hotel più esclusivi, ultimo piano con vista mozzafiato sulla Tour Eiffel.

“Le Week-End”, diretto da Roger Michell e scritto da Hanif Kureishi, è un film gentile e amarognolo allo stesso tempo, furbo ma non evanescente, ricolmo di battute azzeccate e di citazioni spesso inutili; tuttavia capace di raccontare con la giusta dose di affettuoso sarcasmo le strettoie del legame matrimoniale quando l’età avanza e si comincia a pensare alla morte.
A proposito di citazioni: basterebbe l’omaggio ripetuto al celeberrimo balletto di “Bande à parte”, 1964, di Jean-Luc Godard, con Anna Karina, Claude Brasseur e Sami Frey che si esibiscono in un bar-ristorante nella cosiddetta Madison dance al suono di un rhythm’n blues di Michel Legrand, per far passare a molti, incluso il sottoscritto, la voglia di vedere “Le Week-End”. Già Tarantino con “Pulp Fiction” e Bertolucci con “The Dreamers” hanno officiato il rito cinefilo. Ma, per fortuna, “Le Week-End”, pur pantografando nel finale quella sequenza strappa-applauso copiata da infiniti altri, ha una sostanza più profonda, sfodera un’irrequietezza esistenziale che si stampa sui visi e i fisici dei due magnifici protagonisti, Jim Broadbent e Lindsay Duncan, 65 anni lui e 64 lei, doppiati egregiamente da Carlo Valli e Cristiana Lionello.
Trattasi, infatti, di un duro corpo a corpo, soprattutto sentimentale. I due si sono presi quella vacanza nell’illusione di ritrovare un’intesa, di rivitalizzare il matrimonio, ormai ridotto a una convivenza punteggiata da episodi di insofferenza. «Quando i figli se ne vanno cosa resta di noi?» si chiede Meg, più intraprendente e giovanile del marito, di sicuro contraria all’idea di ospitare di nuovo in casa il figlio con moglie e pargolo. Nick prende quella frase come una minaccia, forse come l’annuncio di una separazione, e sarebbe il colpo mortale per lui: valente professore di filosofia, ha dovuto dimettersi anzitempo per una frase sacrosanta ma poco politicamente corretta detta a una ragazza di colore, e ora non sa bene come andare avanti. Sgualcito, ironico, capace di sottigliezze understatement, l’uomo si è aggrappato alla moglie, insegnante pure lei, per lenire l’angoscia che lo sta portando sul piano inclinato della disperazione. Meg, invece, vuole vivere, rifondarsi, rischiare, scommettere. Tra bistrot e mercatini, confessioni ulcerate e approcci sessuali, i due coniugi spendono i loro ultimi soldi senza più pensare al bagno di casa; l’incontro casuale con un vanitoso economista americano, che fu collega di Nick a Cambridge e ora s’è insediato a Parigi con la giovane moglie incinta (è Jeff Goldblum in partecipazione speciale), fa precipitare tutto verso la resa dei conti: naturalmente a tavola, in una sorta di resa dei conti scorticata, di fronte agli allibiti astanti. L’amore resisterà alla prova?

Brecht, Beckett, Gramsci, Courbet, l’erba che offusca e fa sballare, il Sessantotto, “Like a Rolling Stone” di Bob Dylan, i Pink Floyd, la visita al cimitero Père Lachaise, la fuga dal ristorante lussuoso senza pagare, le ostriche e i continui riferimenti ai genitali intorpiditi. Il film di Michell va spesso sul sicuro, duetta e arpeggia sui temi di una riflessione generazionale che però non gratta solo la superficie degli eventi. Il copione di Kureishi, insomma, intreccia con sapienza meditazione senile e côté intellettuale senza cercare ad ogni piè sospinto la carineria, anzi la leggerezza: così spesso, nei film odierni, prossima all’inconsistenza.

Michele Anselmi

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