Jersey Boys. Eastwood racconta Frankie Valli & The Four Seasons, ma non convince

L’amore di Clint Eastwood per la musica è cosa risaputa: lo dimostrano gli spartiti composti dal cineasta per mezza dozzina di film che portano il suo autografo. Ventisette anni dopo Bird (1988), il regista racconta un altro grande destino legato alla musica. A differenza del narrato intessuto di sublimi note jazz a sostenere la vera storia del sassofonista Parker, Jersey Boys si ispira direttamente al musical che tiene banco a Broadway e in tutto il mondo. Un biopic, un pezzo di storia americana, un gruppo musicale: senza dubbio alcuno Clint Eastwood era predestinato a realizzare l’adattamento del racconto che tracciò il destino di Frankie Valli & The Four Seasons. Dalle strade del New Jersey ai palcoscenici più prestigiosi, la storia del gruppo segue la traiettoria del cantante Frankie Valli e dei suoi amici alla conquista del successo.
Peccato che Jersey Boys sia una pellicola priva di mordente perché i fatti che racconta non lo sono affatto. I personaggi estrapolati dal contesto filmico sono vividi, insoliti e la loro scalata verso la fama non è priva di insidie e scivolate. L’occhio clinico di Eastwood mette a punto una narrazione pesante, condita di poche spezie, tediosa e scialba. Un biopic deve essere abbastanza audace da attirare l’attenzione, convincendo il pubblico sull’importanza del trasferimento di una storia vera su grande schermo. Purtroppo il cineasta non crea la magia dei fatti narrati.

Carattere specifico di Jersey Boys è il racconto intradiegetico che porta i diversi personaggi ad arrestare l’azione per volgere l’occhio in camera e parlare, a parte, al loro pubblico. È molto raro, nel campo della settima arte, rompere la quarta parete rivolgendosi direttamente agli spettatori. È una frattura rischiosa che può portare buoni risultati (vedi l’eccellente Funny Games). In questo caso è un vezzo inutile. È difficile riuscire ad immergersi nei primi venti minuti di pellicola quando è palese una confusa mescolanza tra i generi. Alla commedia segue il film di mafia inframezzato dal classico biopic. Troppi punti di vista in un unico sguardo creano solo anarchia.
I quattro artisti sono eccellenti. Tre fra loro hanno interpretato i loro rispettivi caratteri sulle scene: John Lloyd Young (Tony per la sua apparizione nelle vesti di di Frankie Valli), Erich Bergen (Bob Gaudio) e Michael Lomenda (Nick Massi).
Assistendo a Jersey Boys è naturale pensare a Martin Scorsese (e non solo per la presenza all’interno della storia di quel Joe Pesci che fu poi premio Oscar per Quei bravi ragazzi). La prima parte del biopic evoca il primo atto di Goodfellas, gli stessi quartieri, gli stessi ragazzi, il medesimo destino. I fondatori del gruppo, piccoli malavitosi, collezionano un mordi e fuggi dentro e fuori le mura del carcere. Il loro quartiere è sotto il controllo del boss locale Gyp DeCarlo, interpretato con la solita eleganza da Christopher Walken, uomo tutto d’un pezzo, fiero del suo ruolo di mafioso (“Che è una goccia di sangue tra amici?”). Tirando le somme, il film risente l’impronta d’un autore, maestro nel raccontare storie. Un’opera leccata e di bella presenza che non crea abbastanza emozioni per passare ai posteri.

Chiara Roggino

Lascia un commento