Le cose belle: comizi di Napoli dieci anni dopo

Non è la storia di Sofia, che da Pozzuoli, nei panni di una ciociara, vinse l’Oscar come migliore attrice, né quella del capitano Fabio che, a Berlino nel 2006, alzò la Coppa al cielo, e neppure quella di Pino o Gigi, che per i loro concerti riescono a riempire le piazze italiane. Le cose belle è, più semplicemente, la storia ugualmente “bella”, affascinante ed emozionante di quattro sconosciuti ragazzi di vita napoletani che sognavano di diventare da grandi calciatori o modelle: le cose belle appunto.

Presentato nel 2012 alle Giornate degli Autori, esce nelle sale italiane domani, 26 giugno, distribuito da Istituto Luce Cinecittà in dieci copie, il documentario capolavoro di Agostino Ferrente e Giovanni Piperno, Premio Cariddi al 60° Taormina Film Festival: sequel del precedente lavoro Intervista a mia madre, realizzato sempre dagli stessi autori e con gli stessi protagonisti.

Adele, Enzo, Fabio e Silvana sono ragazzi e ragazze di dodici e quattordici anni che, nella Napoli rinascimentale di Bassolino del 1999, sognano le cose belle: diventare da grandi calciatori, cantati e modelle. I registi li filmano con estrema naturalezza e realismo “pedinandoli” nei loro momenti più intimi e privati affidando loro il racconto dei loro sogni e confessioni. C’è allora Adele, che confessa senza vergogna, ma con estremo orgoglio e vanto, di essere stata bocciata quattro volte a scuola perché non le piace essere comandata dai professori, ma canta “Super Cafone” di Piotta in accappatoio, c’è Enzo, che canta insieme a suo padre e dichiara di amare Merola e Nino D’Angelo, ci sono poi altri piccoli sognatori, come Jessica, la sorella di Adele, e Fabio, che vuole fare il calciatore, ma non disdegna neppure il lavoro del giornalista e allora, microfono alla mano, si improvvisa reporter intervistando poliziotti e contrabbandieri.

Dieci anni dopo, in una Napoli diversa, in una realtà italiana più appiattita e inaridita, in un quadro socio-economico generale cambiato e desolante, non più decisamente “bello”, Ferrente e Piperno sono tornati ad intervistarli, a pedinarli e a seguire le loro vite. Non hanno realizzato le cose belle, che hanno smesso con rammarico anche di agognare, ma conducono una vita semplice e tranquilla. Enzo, che sognava di fare il cantante, ora si occupa di vendite, Fabio, che sognava di fare il calciatore, ora è un disoccupato, Silvana e Adele sono, invece, felicemente madri.

Un affresco sulla difficoltà di realizzare i sogni e sulla loro precarietà, girato in due tranche, aperto e chiuso da Enzo che divinamente canta la nota canzone Passione e con continui flashback. Questi ragazzi e ragazze hanno saputo però conservare la loro purezza adolescenziale: i loro volti, dieci anni dopo, sono sì rassegnati e delusi, ma non imbruttiti e imbarbariti.

Le cose belle è un documentario corale, didattico, di riflessione: sulla memoria storica di vite umane e sulla bellezza della loro dignità, realizzato amalgamando due linguaggi, il documentario di finzione e quello antropologico, dove comunque riesce ad emergere un punto di vista personale, quello dei registi.

Alessandra Alfonsi

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