Addio a Eli Wallach (98 anni): un grande, non solo “il brutto” di Leone

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Muore Eli Wallach, da pronunciarsi Ilai, a 98 anni e tutti scrivono, qui da noi, che se n’è andato il messicano Tuco del western “Il buono il brutto il cattivo”. È anche vero, nel senso che quel “campesino” cencioso, furbo e iracondo, doppiato da Carletto Romano, resta nella memoria di molti estimatori del film di Sergio Leone, dove, da brutto, giocava a rimpiattino con il cattivo Lee Van Cleef e il buono Clint Eastwood, l’ultimo dei tre a essere ancora in buona salute e tutt’ora creativamente proficuo (è appena uscito il suo “Jersey Boys”).
Alzi la mano chi non ricorda la sequenza finale di quel film? Il poveretto veniva di nuovo issato su una specie di forca, ma era il solito scherzo: da lontano Eastwood, con un colpo micidiale di Winchester, tagliava la corda e lui, Tuco, gridava: «Ehi biondo, lo sai di chi sei figlio tu? Sei figlio di una grandissima puttaaaana…». Col famoso refrain musicale che copriva parte dell’insulto. C’è anche una celebre foto che lo ritrae, per scherzo, sul set, mentre sfoglia “Paese Sera” con il collo nel cappio, a uso e consumo dei lettori: era il 1966. Lui era già apprezzato a Hollywood, avendo girato una quindicina di film, tra i quali “Baby Doll – La bambola viva” di Elia Kazan, dove seduceva senza tanti complimenti una giovanissima Carroll Baker, “Gli spostati” di John Huston accanto a Marilyn Monroe, “I magnifici sette” di John Sturges nel ruolo dello spietato messicano Calvera, “Lord Jim” di Richard Brooks con Peter O’Toole, anche se non ancora in ruoli da protagonista, benché venisse da lungo apprendistato teatrale, all’insegna di Tennessee Williams e dintorni.
“Prolifico” è l’aggettivo che torna di più nei ritratti sull’attore, e in effetti Eli Herschel Wallach, nato a New York il 7 dicembre 1915 e morto sempre a New York il 24 giugno scorso, ha girato circa un’ottantina di film, più infinite serie televisive, divertendosi quasi sempre a interpretare «un intero campionario di banditi, ladri, signori della guerra e molestatori, mafiosi», come sorrise nel 2010, ormai smagrito e sempre più piccolo, evanescente, quando finalmente gli assegnarono un Oscar, alla carriera però. Proprio a quell’anno, salvo errori, risalgono le sue due ultime prove d’attore, puntuali come sempre: per “L’uomo nell’ombra” di Roman Polanski e “Wall Street. Il denaro non dorme mai” di Oliver Stone.
Figlio di immigrati polacchi proprietari di un negozio di dolciumi a Brooklyn, da giovane Wallach frequentò un’università texana e dopo la laurea tornò nella Grande Mela per studiare recitazione. Si arruolò nell’esercito come medico nel corso della Seconda guerra mondiale; una volta tornato a casa, sano e salvo, mosse i primi passi a teatro con “La rosa tatuata”. E lì lo scovò Kazan per “Baby Doll – La bambola viva.
Era sempre un piacere vederlo, anche in piccole parti o in partecipazioni in amicizia: per esempio in “Mystic River” di Eastwood, del 2003, dove appare dietro al bancone di un negozio di liquori in una delle scene cruciali del film. Un “vecchietto” perfetto, ormai lontano dall’esuberanza dei suoi lontani western-spaghetti: a volte saggio e rassicurante, a volte burbero e diabolico.
I suoi registi? Tanti. Molti anche italiani: da Alberto Bevilacqua a Sergio Corbucci, da Giuseppe Colizzi a Carlo Lizzani, oltre s’intende Leone. Anche se diede il meglio di sé girando in patria film più seri e compiuti, con gente del calibro di William Wyler, Stanley Kramer, Peter Yates, Mark Rydell, Francis Ford Coppola, Martin Ritt (perfetto in “Pazza”). Veniva dal “metodo”, s’era formato all’Actors Studio dopo aver recitato Ionesco, ma non ne era rimasto schiavo. Sullo schermo era sempre credibile, non faceva l’istrione, sembrava non recitare, tanto appariva naturale, come i veri grandi. Lascia la moglie Anne Jackson, sposata 66 anni fa, e due figli: Peter e Roberta.

Michele Anselmi

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