Il nuovo cinema delle “pantere grigie”. La polemica è aperta, ma perché no?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Alla cinquantacinquenne Emma Thompson non va proprio giù quello che è stato definito un nuovo genere: il film per anziani. «Separare il pubblico in fasce d’età è un errore culturale, artistico, pure economico» ha dichiarato l’attrice britannica presentando “The Love Punch”, dove recita accanto a Pierce Brosnan, Louise Bourgoin e Celia Imrie. «Non è una commedia per anziani. Anzi, ciò che trovo fantastico di questo progetto è proprio l’entusiasmo col quale è stato accolto dai più giovani. Pensare di trasformare una fascia d’età in target di mercato è sbagliato profondamente» ha aggiunto. Specificando che «spesso l’unico potere femminile nei ruoli al cinema è quello sessuale: così quando la sessualità invecchia le parti finiscono».
Non è proprio così, in verità. Le statunitensi Susan Sarandon, Jane Fonda e Meryl Streep o le inglesi Judi Dench, Helen Mirren e Brenda Blethyn continuano a fare un film dopo l’altro, portando con una certa eleganza l’età, anzi spesso invecchiandosi o imbruttendosi più del necessario. Ma è vero che, un po’ come successe nel 1979 con “Vivere alla grande”, nel 1985 con “Cocoon” e nel 1989 con “A spasso con Daisy”, il cinema anglosassone riscopre ogni tanto la cosiddetta terza età, nelle più diverse chiavi: agrodolce, comica, paradossale, sentimentale, poliziesca, fantascientifica. Perfino allegramente spy-action, come nella doppietta “Red” 1 e 2. O al contrario cupamente drammatica, come nel quasi insostenibile “Amour” di Michael Haneke.
Adesso c’è in giro nelle sale “Le Week-End”, diretto da Roger Michell e scritto da Hanif Kureishi: un film non perfetto ma da vedere, perché intreccia con sapienza meditazione senile e côté intellettuale senza cercare ad ogni piè sospinto la carineria, anzi la leggerezza, così spesso, nei film odierni, prossima all’inconsistenza. E che attori. Jim Broadbent e Lindsay Duncan, 65 anni lui, 64 lei, incarnano una coppia di Birmingham, entrambi insegnanti, che torna a Parigi nel trentennale del matrimonio sperando di riaccendere un po’ di passione amorosa, ma il “tagliando”, tra sarcasmi, battute e rancori sotterranei, si rivelerà meno facile del previsto.
«Quando i figli se ne vanno cosa resta di noi?» si chiede la donna, Meg, più intraprendente, autonoma e giovanile del marito, Nick, sgualcito, ironico, capace di sottigliezze, ma aggrappatosi alla moglie, insegnante pure lei, per lenire l’angoscia che lo sta portando sul piano inclinato della disperazione.
Al cinema gli ultrasessantenni, o giù di lì, si divertono e un po’ si commuovono vedendo “Le Week-End”: magari ritrovano nell’amorosa schermaglia agé, con contorno di confessioni tremende dette col sorriso sulle labbra, qualcosa di se stessi. Alla fine, forse, il mercato di nicchia tanto deprecato da Emma Thompson esiste davvero, e non c’è nulla di male nel pensare film anche per un pubblico over 60. Il successo straordinario di “Philomena”, che Stephen Frears ha tratto da una toccante storia vera, sembrerebbe confermare il fenomeno, se tale vogliamo definirlo: 6 milioni di euro al botteghino italiano sono tanti, anche sotto Natale.
Poi è anche vero che non sempre la ciambella riesce col buco. “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve”, dello svedese Felix Herngren, uscito ad aprile, s’è fermato a 233 mila euro, nonostante l’andamento avventuroso, on the road, col vecchietto in fuga dalla casa di cura inseguito da minacciosi mafiosi per una via di una valigetta piena di soldi e bizzarri flashback autobiografici che riportando a fatti cruciali del secolo scorso.
Meglio, per restare a titoli recenti, è andata a “Quartet”, regia d’esordio di Dustin Hoffman. Commedia di ispirazione teatrale ambientata in un pensionato inglese per artisti più o meno svaniti, ha incassato quasi 1 milione e 300 mila euro al botteghino, merito del misurato istrionismo “all british” di attori come Maggie Smith, Michael Gambon o Tom Courtenay. Quasi stesso incasso, 1 milione, per “Marigold Hotel” di John Madden, ancora con Judi Dench in cartellone, dove l’approdo esotico in uno scalcinato albergo indiano apparecchiava la giusta dose di riscossa senile e commiato dalla vita.
Di sicuro gli inglesi sanno fare bene questi film, spesso immersi in un tono di irriverente commedia: perché hanno attori stagionati che non si ritoccano mostruosamente e anche perché l’età non è considerata un handicap commerciale. Jim Broadbent, per dire, sembra essersi specializzato in ruoli da pensionato saggio e svagato, come nel magnifico “Another Year” di Mike Leigh, percorso da un’inquietudine a fior di pelle. E anche Michael Caine, ora alle prese con le riprese dell’ambizioso film di Paolo Sorrentino intitolato “Youth”, giovinezza, quasi per antifrasi, a 81 anni non si nega il piacere di mettersi in scena con tutto il carico dell’età. Appena un mese e mezzo fa usciva da noi “Mister Morgan” di Sandra Nettelbeck, dal romanzo francese “La dolcezza assassina” di Françoise Dornier, nel quale Caine incarnava con la consueta misura un vedovo aspirante suicida che si rimette in gioco grazie all’incontro con una donna molto giovane. Ma il film, bruttarello e loffio, stavolta non ha funzionato; neanche 100 mila euro al botteghino. Come non ha funzionato “Last Vegas”, nonostante la sparata di star americane sfoderate da John Turteltaub per l’occasione: Michael Douglas, Robert De Niro, Morgan Freeman e Kevin Kline. Quasi una versione “da matusa” di “Una notte da leoni”: tra gag da vecchietti al casinò e battute su Viagra e sesso declinante. Neanche 700 mila euro all’italico botteghino. In patria invece ha totalizzato 64 milioni di dollari. Lì le “pantere grigie” piacciono così.

 Michele Anselmi

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