Gebo e l’ombra. Denaro e onestà secondo il maestro de Oliveira

Fermo su una banchina affacciata sul mare, un giovane uomo fissa con determinazione un punto immobile. Quale? Non lo sappiamo poiché il film abbandona immediatamente lo slargo oceanico per ritirarsi in un ristretto spazio domestico. All’età di centotré anni, Manoel de Oliveira, maestro portoghese, continua a sviluppare la sua opera a metà tra cinema e teatro. E con Gebo e l’ombra realizza una pellicola su povertà e onestà, sulle caratteristiche non palpabili dell’una e dell’altra. Secondo l’autore, che qui rilegge il dramma O Gebo e a sombra di Raul Brandao, la miseria, intesa in senso morale, non si può toccare, solo avvertire. Il concetto d’ombra non sta solo a rivelare la minaccia scura e spettrale che segna la deriva etica del figlio João. Onestà/disonestà, vecchiaia e povertà finanziaria sono i cardini di un’opera importante d’universale messaggio. Il film propone la ripresa di un adattamento frontale a camera fissa per ricreare l’habitat teatrale tramite un minimalismo estremo.

Sulla scena Gebo (Michael Lonsdale), un contabile tranquillo e abitudinario, sua moglie Dorotea (Claudia Cardinale) e la figlia adottiva Sofia (Leonor Silveiera). Il capofamiglia ragiona retto dai valori dell’epoca. In famiglia sono sconvolti per la prolungata assenza di João, figlio della coppia e marito di Sofia. Mentre piove continuamente (fuori campo), tutti sono in attesa di un’occasione per parlare del significato della vita. A volte i vicini vanno a casa del vecchio contabile per prendere il caffè (Jeanne Moreau, Luís Miguel Cintra), discutere di politica, d’arte, di denaro. Gebo è un uomo che conduce una vita molto dura. Imprigionato in un lavoro usurante ma onesto, egli soffre nel vedere la moglie penare in attesa del figlio. Fra quattro mura di chiaroscuri alla Rembrandt, spazio circoscritto per un tavolo e qualche sedia soltanto (già un loculo?) in un’epoca inderminata (XIX secolo? Oggi?), il grande regista portoghese fa penetrare l’intera esistenza di questo mondo. E se all’inizio il dispositivo volto a ricreare la teatralità degli spazi può essere causa di qualche disturbo, successivamente non si può che cedere al fascino dell’onda che porta avanti e indietro riflessioni esistenziali servite da performers superlativi (la voce fievole e roca della Cardinale, il delizioso fraseggio di Cintra).

Gebo e l’ombra appare quale cugino portoghese di I miserabili. Anche qui si parla e ci si interroga di povertà e onestà, d’ingiustizia sociale, di doveri e oneri. Lonsdale, sobrio e impeccabile, illumina gli ambienti con la sua particolare austerità. Al di là della rassegnazione di un individuo schiacciato dal destino, l’uomo luccica di serenità, d’ un’accogliente delicatezza musicale. Innanzi alla sua presenza non si può che tacere affascinati.

Chiara Roggino

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