Ghost in the shell: nuovo spazio per nuovi androidi

Fra i titoli prodotti dall’animazione giapponese, uno di quelli che si fanno maggiormente ricordare dagli appassionati è senza dubbio Ghost in the Shell. A differenza delle serie prodotte per un pubblico prettamente televisivo, l’opera di Mamoru Oshii è pensata e sviluppata pensando al grande schermo e questo non può che regalarle, dal punto di vista della resa tecnica e della profondità di contenuto, un appeal molto superiore rispetto a prodotti pur pregevoli ma confinati entro l’ambito del tubo catodico. La recente messa in onda sulla piattaforma MymoviesLive di uno degli episodi della saga non può che portare gli appassionati o i semplici curiosi a interrogarsi sui motivi del successo di quest’opera che, nata ormai circa vent’anni fa, gode ancora di un’attualità tutta particolare e completamente inedita rispetto a molti altri titoli del genere.

La grande capacità di Ghost in the Shell come di diversi altri titoli dell’animazione nipponica (si pensi a Metropolis, Pale Cocoon o ai più noti lavori di Miyazaki) è infatti quella di formulare un discorso profondo e convincente che riesce a rivolgersi in maniera trasversale alla popolazione in senso diacronico e sincronico, prescindendo quindi tanto dall’età quanto dalla provenienza geografica. Mamoru Oshii è riuscito infatti a confezionare un prodotto di altissimo livello, che ha peraltro il pregio di mettere in immagini uno degli incubi più atavici dell’uomo: quello della vita simulata. Recuperando una tematica molto cara alla società europea del XIX secolo e tornata in auge in epoca postmoderna in seguito alla diffusione della robotica di nuova generazione (che ha proprio nel Giappone una delle sue nazioni guida).

Questo nuovo spread dell’immaginario del corpo meccanizzato ha visto nascere la cosiddetta NAS (nuova animazione seriale), di cui fanno parte alcuni prodotti di punta del panorama contemporaneo, da cui derivano cambiamenti estetici fondamentali in questo ambito. Nell’opera di Oshii questo cambiamento si vede molto bene: i robot non sono più dei semplici esoscheletri che l’uomo può sfruttare per scopi manicheisticamente orientabili. Il bene e il male non sono più due categorie assolute e i confini fra organico e inorganico, vivente e non vivente si fanno progressivamente più incerti. Si assiste a una polverizzazione delle sicurezze ontologiche degli individui che perdono coscienza della propria individualità.

Ciò che sorge da questo panorama è una nuova e problematica indecidibilità di fondo, che non può non coinvolgere anche e soprattutto la sfera (bio)etica, nella quale dopotutto convergono tutte queste nuove e pregnanti domande. È interessante notare come, a livello del lavoro sulle immagini, le risposte più cogenti in relazione a questi problemi siano giunte proprio dall’animazione, lungamente considerata la figlia minore all’interno della settima arte. È necessario dunque, per poter comprendere e sfruttare pienamente la profondità di messaggi come quello di Oshii, recuperare la nostra capacità di leggere l’animazione, che, nelle sue testimonianze più fulgide, è in grado di esprimersi attraverso un eloquio assimilabile senza difficoltà a quello della filosofia.

Giuseppe Previtali

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