Martone, Munzi e Costanzo: il terzetto italiano in gara a Venezia

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Ogni anno è così. Il segreto più custodito riguarda la compagine italiana in concorso alla Mostra di Venezia. Perché la selezione tricolore è sempre a rischio sfottò e stroncature, perché gareggiare in un contesto internazionale aiuta ma se poi non prendi un premio è un disastro, perché i candidati alla sezione principale sono sempre tanti, anche se da un po’ di tempo a questa parte va di moda dire «mai più a Venezia» (poi tutti lì a far la fila nella speranza di essere presi). Per fortuna l’anno scorso, con l’aiutino determinante del presidente di giuria Bernardo Bertolucci, l’Italia ha vinto il Leone d’oro col documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi: così nessuno per un po’ potrà lamentarsi, fare lagne. Il bis è improbabile, se non impossibile; magari potrebbe essere il turno dei cugini francesi, omaggiati nel manifesto ufficiale della 71ª edizione con un’immagine tratta da “I 400 colpi” di François Truffaut e in gara, tra gli altri, col favorito “Trois Coeurs” di Benoît Jacquot, un melodramma sentimentale interpretato da un quartetto appetitoso: Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Léa Seydoux e Catherine Deneuve.
Giovedì 24 luglio il direttore Alberto Barbera e il presidente della Biennale, Paolo Baratta, presenteranno il menù del Mostra, in programma dal 27 agosto al 6 settembre. Mentre i selezionatori stanno vedendo a ritmi concitati gli ultimi film, alcuni dei quali arrivati in ritardo, per mettere a punto il palinsesto definitivo e rispondere ai produttori in attesa, alcuni dettagli cruciali sembrano acquisiti. Salvo improbabili sorprese, i tre titoli italiani in gara sono: “Il giovane favoloso” di Mario Martone, “Anime nere” di Francesco Munzi, “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo. Tre cineasti diversi, per stile e sensibilità. Martone, classe 1959, rievoca genio e tribolazioni amorose di un Giacomo Leopardi incarnato con trepida partecipazione psico-fisica da Elio Germano; Munzi, classe 1959, si ispira al romanzo omonimo di Gioacchino Criaco per raccontare una storia di tre fratelli legati alla ‘ndrangheta, potente e criminale, quasi da tragedia greca, ambientata nell’Aspromonte e nella Locride; Costanzo, classe 1975, è volato a New York per reinventare a basso costo il romanzo “Il bambino indaco” del padovano Mario Franzoso”, protagonisti Alba Rohrwacher e Adam Driver alle prese con un figlio da lei considerato speciale, da nutrire (anzi denutrire) inseguendo un sogno di purezza assoluta.

Sulla carta, si direbbe, una scelta in linea con i gusti sofisticati di Barbera, che fa pure i conti con quanto offre il mercato, non essendo pronti “Mia madre” di Nanni Moretti e “Meraviglioso Boccaccio” dei fratelli Taviani. Non ci sarà invece, nonostante il forte pressing perché accettasse il fuori concorso, “Torneranno i prati” di Ermanno Olmi: una notte in trincea, tra la neve e il gelo, durante la Prima guerra mondiale, per parlare di pace. Deluso dall’esperienza veneziana con “Il villaggio di cartone”, l’anziano regista preferirebbe un’anteprima più in là, magari per la ricorrenza del 4 novembre, fine del conflitto mondiale 1915-18, alla presenza del presidente Napolitano.

Sembra poi difficile, benché Medusa giustamente ci speri e ci punti, che “Perez” di Edoardo De Angelis approdi in competizione: il cast è curioso, con Luca Zingaretti, Matilde Gioli e Marco D’Amore, la storia legata al progressivo corrompersi morale di un avvocato napoletano per ragioni familiari, anche. Magari sarà recuperato in Orizzonti. Di sicuro non ci sarà “La buca” di Daniele Ciprì: la grottesca commedia è poco piaciuta. Uscirà il 25 settembre, confidando sul richiamo della coppia in cartellone Rocco Papaleo & Sergio Castellitto. Vale anche per “I nostri figli” di Ivano De Matteo, tratto dal drammatico “La cena” di Herman Koch ma trasportato in Italia: se l’è assicurato Le Giornate degli autori, puntando sulla presenza del quartetto Gassman & Lo Cascio, Bobulova & Mezzogiorno.

Nella gerla di Barbera c’è invece, per la sezione Orizzonti, “Senza nessuna pietà”, esordio dell’attore Michele Alhaique, dove un ingrassato e barbuto Pierfrancesco Favino rompe ossa, invece di fare il muratore come vorrebbe, per recuperare crediti al servizio di uno zio senza scrupoli. Vale anche per “Italy in a Day”, curioso film, curato e montato da Gabriele Salvatores, che mette insieme, sul modello di “Life in a Day” di Ridley Scott, piccoli frammenti di vita quotidiana ripresi da persone comuni attraverso tablet, smartphone o camere digitali. Molto “democratico”, chissà se altrettanto bello. Si sono perse le tracce invece di “La trattativa” di Sabina Guzzanti, inchiesta sui presunti rapporti Stato-mafia pronta da tempo e pronta ad uscire a ottobre: ma potrebbe essere recuperata in chiave di forte richiamo mediatico-polemico.

E il resto del menù? Del “Pasolini” di Abel Ferrara, con Willem Dafoe nei panni del poeta ucciso a Ostia e Riccardo Scamarcio che fa Pino Pelosi, si sa da tempo. Purtroppo nel film parleranno tutti in inglese. E qui il discorso si complica. In attesa di comunicare l’intera giuria di Venezia 2014, presieduta dal musicista francese Alexandre Desplat (per l’Italia ci sarà Carlo Verdone), il direttore della Mostra sta cercando di assicurarsi “Big Eyes” di Tim Burton, protagonisti Amy Adams e Christoph Waltz. Storia vera del tribolato rapporto coniugale-artistico tra la pittrice Margaret Keane e suo marito Walter. Negli anni Cinquanta i loro quadri raffiguranti bambini dai grandi occhi divennero un fenomeno culturale e commerciale, ma con la separazione arrivarono i guai, culminati in uno spettacolare processo. Lucky Red, che distribuisce il film Italia, ci conta molto, ma è ai produttori americani che spetta la decisione. Per Barbera sarebbe un gran colpo proporlo in prima mondiale. Anche perché, sul fronte statunitense e britannico, alcuni titoli papabili o non sono pronti o prendono altre strade: come “L’amore bugiardo – Gone Girl” di David Fincher, “Inherent Vice” di Paul Thomas Anderson, “Knight of Cups” di Terrence Malick e “Magic in the Moonlight” di Woody Allen, “L’ultima leggenda” di Stephen Frears. Però ci sarà la miniserie d’autore “Oliver Kitteridge”, dai racconti di Elizabeth Strout: cinque puntate Hbo con Frances McDormand e Bill Murray firmate da Lisa Cholodenko, di cui tutti dicono un gran bene per finezza psicologica e intensità di stile. Che venga dalla tv intelligente il futuro del cinema da festival?

Michele Anselmi

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