La Pallacorda della Rai

Pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” di venerdì 18 luglio

Il 14 luglio è stata annunciata l’apertura a Roma per lunedì prossimo di una sorta di Stati Generali per la riforma della Rai, convocati dal Dipartimento di Comunicazione e Ricerca sociale della Sapienza. Al grido di un appello: “Pallacorda di idee e proposte per ripensare la Rai ai tempi della multimedialità”. Il richiamo alla rivoluzione francese nasce dalla coincidenza con un altro 14 luglio, quando il cittadino Pierre-Augustin Hulin prese la guida degli insorti gridando: «Amici, siete buoni cittadini? Allora marciamo verso la Bastiglia». E la presero. Era il simbolo dell’odiata monarchia. All’università, al posto di Hulin, ci sarà il professor Mario Morcellini, direttore del Dipartimento, chiamato da alcuni sostenitori del nostro premier a porre le basi per la riforma della Rai. Annunciata da tutti i governi. Mai realizzata da nessuno. Renzi ha detto che non entrerà a gamba tesa negli affari della Rai, come tutti gli altri, incluso Mario Monti. Avrebbe avuto l’occasione di farla già lui, venendo pure dall’università. Si è limitato a nominare un direttore generale e una presidente, più interessati però alla gestione che ai contenuti. Sembra incredibile, ma tutti i politici che hanno governato o co-governato l’azienda, inclusi i post comunisti, si sono sempre interessati solo agli organigrammi, alle nomine dei tg, mai ai contenuti, cioè ai programmi. Chiaramente in spregio al pubblico, che è interessato solo a quelli. Io non ho mai sentito nessun governante occuparsi di cosa il pubblico vorrebbe vedere e sentire, né i più recenti, né i più antichi. Forse a pensare ai contenuti c’è stato solo Berlusconi. Grazie al contributo, lo ha scritto Vittorio Feltri, degli intellettuali di sinistra (esistono ancora?), dal genialoide Freccero sino a Ricci di “Striscia la notizia”. Così Feltri: “se rispondesse a verità che il Biscione ha distrutto il buon gusto dei telespettatori abituandoli al peggio, la responsabilità sarebbe della sinistra, cui appartengono tutti gli autori, gli attori, i comici (Zelig) e addirittura i tecnici delle luci, i cameramen e i truccatori pagati dal ‘duce’ di Arcore”.

Torniamo al meeting della Pallacorda. Per chi non lo sapesse, si tratta del gioco che ha dato origine al tennis. Quando nel 1789 il “ terzo stato” autoproclamò la nuova Assemblea Nazionale, il re ordinò la chiusura di dove si riuniva abitualmente l’Assemblea. Con la scusa di “urgenti” lavori di manutenzione. Fu così che i ribelli scelsero una sala sino allora utilizzata per il gioco della pallacorda. Lì giurarono di non separarsi più. Giureranno di portare a compimento la riforma della Rai anche alla Sapienza? Sarebbe bello, anche se poi bisognerà vedere cosa si intenda per riforma, in un paese dove lo sport preferito è “cambiare tutto perché niente cambi”. La ragione dell’interesse che riveste la convocazione è che arriva poco dopo l’assemblea dei dirigenti Rai organizzata da Luigi Di Siervo, alla quale ha partecipato un mare di invitati, subito battezzata la “Leopolda della tv” per affinità con quella di Renzi. Sta di fatto che attorno alla Rai persiste la bolla di una crisi profonda del Servizio Pubblico. Anche se nessuno ha mai spiegato cosa sia. Per esempio è giusto che d’estate il s.p. vada in vacanza, lasciando agli spettatori solo repliche e filmati di un secolo fa? Ho appena letto la protesta di una spettatrice, che la prossima volta, invece di pagare il canone, manderà la replica del suo bollettino. Per correggere il tiro, alla Sapienza si proporrà di ripartire dai dati e dalle comparazioni internazionali, attenti a non prestare il fianco a facili accuse di accademismo.

A mio avviso parlare di Rai significa innanzitutto affrontare l’urgenza più vistosa: la rottura del patto comunicativo con i giovani, che si sono allontanati da una tv in cui non si riconoscono. Questa “vertenza”, come altre che verranno affrontate nei seminari delle prossime giornate, non potrà prescindere dalla discussione sui contenuti. Alla Rai, in quanto principale industria culturale del paese, spetta il compito di interloquire con i suoi veri azionisti di riferimento, che non sono i politici né i dirigenti, ma il pubblico. Penso a Montanelli, quando scriveva che l’azienda andrebbe processata non per quello che fa, ma per ciò che non fa. Al meeting si parlerà della creazione di un vero e proprio “made in Italy” dell’audiovisivo, che non può dipendere solo dal mercato. Ci pensa già Mediaset. Scommetto che dai vari seminari, aperti a voci anche dissenzienti, verranno proposte stimolanti. Ma attenzione: se poi i governanti non ne terranno conto, non avranno più alibi. Vorrà dire che il loro intento non è riformare la Rai, ma distruggerla una volta per tutte. Il biscione e lo squalo non aspettano altro.

Roberto Faenza

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