Le giornate degli autori a Venezia: “Non siamo un ghetto di sostegno per i film italiani”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

La bella ragazza, ripresa dall’altro, scivola veloce in skateboard sul tappeto rosso pitturato a vernice da un immaginario pennello gigante. È l’azzeccato manifesto dell’undicesima edizione delle Giornate degli autori, altrimenti note come “Venice Days” in omaggio alla moda anglofona. Nata come uno spazio autogestito del cinema italiano, per iniziativa delle due associazioni di categoria 100autori e Anac, la rassegna ha trovato spazio all’interno della Mostra veneziana, in una sorta di amichevole controcanto, pure con utili scambi di titoli, eliminando certe piccole rivalità del passato. «Non avrebbe senso fare i fratellini minori, semmai diamo gregari di buona qualità. A Venezia si lavora insieme per un risultato collettivo, senza canali preferenziali e ghetti di sostegno per il cinema italiano» spiega il direttore Giorgio Gosetti, che martedì 22 luglio, affiancato dal presidente Roberto Barzanti, ha presentato il menù dell’edizione in programma dal 27 agosto al 6 settembre, in pratica gli stessi giorni della 71ª Mostra.
Dunque niente spazi protetti per i film italiani, ma ricerca di titoli tricolori adatti a misurarsi con i tosti e spesso più estrosi concorrenti stranieri. Così, nella selezione ufficiale di dodici film, ecco “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo, tratto liberamente dal romanzo “La cena” dell’olandese Herman Koch e affidato all’ottimo quartetto d’attori Gassman & Lo Cascio, Mezzogiorno e Bobulova; e soprattutto “Patria” di Felice Farina, che ambiziosamente porta in scena l’omonimo saggio storico di Enrico Deaglio, 900 pagine, edito dal Saggiatore. Doveva essere un documentario, ma poi il sessantenne Farina, regista di film curiosi come “Sembra morto… ma è solo svenuto”, ha deciso di trasformarlo in qualcosa di più sperimentale e audace, anche sul piano del montaggio, dello stile, mischiando finzione e immagini di repertorio. I trent’anni di storia patria che vanno dal 1978 al 2008 diventano così l’argomento di un drammatico confronto in cima a un torre torinese dove l’operaio Francesco Pannofino, il sindacalista Roberto Citran e l’impiegato Carlo Gabardini si sono arroccati per protestare contro la chiusura della loro fabbrica. «I tre raccontano e rivivono i passaggi della vita italiana sul filo di trent’anni, dal delitto Moro alla fine della parabola berlusconiana. Dall’alto e da lontano guardano un Paese che non riescono più a capire. Non un film sulla memoria, non un instant-movie sulla crisi, semmai il flusso di coscienza di una generazione» spiega Farina. Il regista sta ancora lavorando alla versione definitiva del film, distribuito da Cinecittà Luce: i tempi sono stretti per la pausa agostana, pure per la struttura complessa del racconto, anche se in fondo, come è stato scritto da un critico letterario, «leggere “Patria” è un po’ come andare al cinema e rivedere trent’anni della nostra vita, con i buoni e i cattivi, la musica, le bandiere, un po’ di kiss kiss, molto bang bang, e tutti noi come protagonisti sullo schermo». Sarà interessante vedere come Farina, classe 1954, cinque anni dopo il tribolato lungometraggio “La fisica dell’acqua”, è riuscito a cucire le drammatiche storie e controstorie contenute nel librone di Deaglio, per estrarne un film in grado di affrontare il pubblico, di parlare a tutti.
Del resto, le Giornate degli autori per questo sono nate, a sentire Gosetti. «Si cerca il buon cinema, appassionandosi al percorso degli autori più amati, andando in cerca di nuovi talenti, accompagnando il coraggio e le sfide diverse di registi famosi». Per dire: il coreano Kim Ki-duk, Leone d’oro a Venezia 2012 con “Pietà”, porterà il suo nuovo e crudele “One on One”; mentre il francese Laurent Cantet racconta con “Ritorno a L’Avana” sogni e delusioni di un cubano “scomodo” reduce da sedici anni di esilio. Altre novità? Il ritratto del calciatore argentino Messi firmato da Alex De la Iglesia, la commedia sui temi dell’eutanasia (speriamo bene) “The Farewell Party” di Sharon Maymon e Tal Granbit, il film collettivo “9×10 Novanta” costruito da nove registi italiani immergendosi nello sterminato archivio del Luce, i cortometraggi al femminile raccolti sotto la dizione “Women’s Tale”, l’atteso “The Lack” di Masbedo in prima mondiale. E naturalmente “The Show Mas Go On” di Rä di Martino: un gioco di parole il titolo, quasi un musical, tra cinefilia e video-arte, in omaggio ai popolari magazzini Mas di Roma, oggi in via di chiusura dopo un secolo di vita più o meno gloriosa, con la partecipazione divertita di attori come Filippo Timi, Maya Sansa, Iaia Forte e Sandra Ceccarelli.

Michele Anselmi

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