Strano ma vero: a Venezia 2014 il “Pasolini” di Abel Ferrara parla inglese

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Naturalmente, avendolo voluto in concorso alla Mostra di Venezia, il direttore Alberto Barbera lo considera «sorprendente», «straordinario», «provocatorio», «drammaturgicamente stratificato, con i suoi tre piani temporali»: insomma il film che non poteva mancare. Trattasi di “Pasolini”, l’ennesima ricostruzione dell’ultimo giorno di vita di Pier Paolo Pasolini, il 2 novembre 1975. Solo che a firmarlo è il newyorkese Abel Ferrara, classe 1951, da tempo riparato a Roma dopo qualche problemuccio in patria e non solo. In tutti questi anni non è riuscito a imparare una parola d’italiano, il suo eloquio è ancora tutto un intercalare a base di “you know”. Sarà anche per questo che “Pasolini” è stato girato in inglese, pur battendo in parte bandiera italiana, con aiuti ministeriali, oltre che franco-belga.
Del resto se per incarnare PPP prendi Willem Dafoe, un altro che abita a Roma da anni e non parla l’italico idioma pur avendo sposato la regista-attrice Giada Colagrande, c’è poco altro da fare. Vai con l’inglese, anche se tutti gli altri interpreti sono invece del posto, con l’eccezione della portoghese Maria de Medeiros che fa Laura Betti: da Riccardo Scamarcio a Valerio Mastandrea, da Colagrande ad Adriana Asti, da Damiano Tamilia a Francesco Siciliano, rispettivamente nei ruoli di Ninetto Davoli, del biografo Nico Naldini, della cugina Graziella Chiercossi, della madre Susanna, dell’assassino Pino Pelosi e del giornalista Furio Colombo. Ci sarà anche il vero Ninetto Davoli, oggi coi capelli bianchi, e non interpreterà se stesso, ma Epifanio, lo sfortunato Re Magio che Pasolini aveva cucito addosso a Eduardo De Filippo per il mai fatto “Porno-Teo-Kolossal”. A guisa di sogno pure tre scene dal romanzo incompiuto “Petrolio”.
Non che sia una novità al cinema. Già nel 1995 Marco Tullio Giordana dedicò a quella morte mai chiarita il suo efficace “Pasolini, un delitto italiano”; e l’anno dopo Aurelio Grimaldi, facendo molto arrabbiare lo scomparso Vincenzo Cerami, ex allievo e amico del poeta, girò sempre sul tema l’irrisolto ma non retorico “Nerolio”. Adesso, mentre si avvicina il quarantennale di quell’omicidio così fortemente simbolico e mai davvero chiarito, arriva il film di Ferrara, che uscirà nelle sale il 18 settembre. Intanto David Grieco, ex giornalista de “l’Unità”, regista nonché amico di Pasolini, sta finendo di girare “La macchinazione”, il titolo dice già molto, con Massimo Ranieri.

Perché proprio Ranieri? «È un attore straordinario, l’interprete ideale. Pochi mesi prima di morire, Pier Paolo si trovò seduto accanto a lui a una partita di calcio. Lo guardò intensamente e gli disse: “È proprio vero che ci somigliamo molto”» ha spiegato Grieco in un’intervista a “l’Unità”. Aggiungendo che nel film confluiranno le diverse verità ipotetiche circolanti da anni: «Pelosi prima informatore per il furto delle bobine di “Salò” e poi esca per l’agguato all’Idroscalo; Pasolini assassinato dalla famigerata Banda della Magliana; Pasolini eliminato su ordine di Eugenio Cefis perché indagava su certi traffici dell’Eni; Pasolini deciso a farsi Cristo pianificando il suo martirio nei minimi dettagli, come sostiene l’amico e pittore Giuseppe Zigaina».

Ci si chiede se questi due nuovi film sulla fine atroce di Pasolini troveranno davvero un pubblico, al di là della prevedibile concitazione mediatica e del moltiplicarsi di testimonianze, rivelazioni e ricostruzioni. Ferrara, ancora alle prese con l’edizione finale da portare a Venezia, sta facendo i conti con le querele piovute sul suo sgangherato “Welcome to New York”, che ricostruisce, sia pure con nomi cambiati, lo scandalo sessuale e politico legato a Dominique Strauss-Kahn, sullo schermo interpretato dall’incontinente Gérard Depardieu.

Regista di film sovraeccitati come “Il cattivo tenente” e “Go-Go Tales”, Ferrara si nutre di una certa aura “maledettista” che continua a circonfondere il suo cinema da festival. Dopo anni di droghe e alcol, il cineasta si dichiara disintossicato, e “Pasolini” sarebbe una sorta di terapia, anche un viaggio dentro se stesso. «Indago sulla morte dell’ultimo poeta solo per trovare il killer che si annida dentro di me» scrive sulle note di regia, tirando in ballo Casarsa, Giotto, pure la musica delle onde che laverebbero i piedi del Messia.

C’è da prevedere qualche disappunto sonoro al Lido, quando i critici ascolteranno Pasolini parlare inglese, altrimenti Willem Dafoe non potrebbe competere per la Coppa Volpi, e tutti gli altri personaggi ancora non si sa bene come, probabilmente – così appendiamo – in italiano e in romanesco. Un bel pastrocchio. Va bene che il cinema è convenzione e che bisogna mirare al mercato internazionale, ma Pasolini era così immerso in una certa romanità rapace e selvaggia, “borgatara”, da “ragazzi di vita”; per quanto somigliante allo scrittore nelle fotografie di scena, c’è il rischio che Dafoe risulti spiazzante, anche inattendibile, esprimendosi in inglese.

«Me ne fotto. Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo» ripete nelle interviste Ferrara. Non dice più, per fortuna, di sapere chi l’ha ucciso, come incautamente affermò su “Oggi” forse mal citando il Pasolini di «Io so ma non ho le prove», e ci si augura che il copione scritto con Maurizio Braucci offra una prospettiva nuova sulla vicenda umana e artistica dell’uomo, ripercorrendo le sue ultime ore spese tra la lettura dei giornali, la partitella a calcio, le cene prima da “Pommidoro” e poi al “Biondo Tevere” con Pelosi, la corsa in Alfa Romeo verso Ostia.
«Non c’è nessuna verità sull’assassinio di Pasolini che il film pensa di tirar fuori, né Ferrara ne possiede una» premette ora all’Ansa la coproduttrice Conchita Airoldi. Ferrara intanto ha rettificato un po’ il tiro: «Non so nulla della sua ossessione sessuale, non so neanche se chiamarla ossessione, o dipendenza, ma quella morte all’idroscalo di Ostia, in un posto sprofondato nel nulla, è il risultato della sua esistenza». Sai che novità.

Michele Anselmi

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