Apes Revolution: l’uomo o la scimmia?

Al termine di L’alba del pianeta delle scimmie, il film del 2011 diretto da Rupert Wyatt, un folto gruppo di primati geneticamente modificati abbandonava la città di San Francisco mentre un misterioso virus iniziava a falcidiare la popolazione umana. Questo Apes Revolution inizia raccontando la diffusione del contagio che ha decimato gli abitanti della Terra per cambiare rapidamente sguardo: il punto di vista – letteralmente e metaforicamente, fin dalla prima inquadratura dopo il titolo – è ora quello della nuova razza dominante, la comunità delle scimmie che, compatta e letale, dimostra tutta la sua brutalità ed intelligenza nel corso di un’adrenalinica scena di caccia.

Leader carismatico della ferale società è Cesare (già co-protagonista della precedente pellicola), che insegna al giovane figlio umanissimi valori quali coraggio, fiducia e ancor prima affetto per la propria specie e per il proprio gruppo famigliare. Quando un gruppo di sopravvissuti umani invaderà le loro terre per raggiungere una diga necessaria alla loro sopravvivenza, Cesare tenterà di stringere un accordo di pace con Malcom (interpretato da un monoespressivo Jason Clarke), nonostante l’aperta opposizione di alcuni membri della sua stessa razza. Il conflitto, inevitabile e selvaggio, esploderà presto a causa dell’incapacità, in singoli elementi di entrambe le parti, di immaginare un futuro di pacifica convivenza.

Questo nuovo capitolo del franchise, inaugurato dall’ormai storica pellicola con Charlton Heston del 1964, sconta, dopo il folgorante avvio, una prima parte piuttosto didascalica nella descrizione dei personaggi appartenenti alle singole comunità e delle dinamiche che li relazionano gli uni agli altri, migliorando tuttavia nel prosieguo della narrazione. Benché non si abbandoni mai il tema portante – e talvolta ripetitivo – che sorregge la sceneggiatura (sono migliori le scimmie oppure gli umani ?), il film guadagna in godibilità quando si abbandona alla spettacolarità di alcuni effetti speciali a dir poco prodigiosi. La straordinarietà della pellicola diretta con abilità da Matt Reeves non è tanto da ricercarsi nelle pur godibili sequenze di combattimento, quanto nell’ormai ottima resa visiva ottenuta dallo sfruttamento della tecnica della performance capture; la mimica facciale del prodigioso Andy Serkis, digitalizzata ed amplificata sul grande schermo, è un prodigio tecnico funzionale a mostrare il tormento che lacera  un’anima dilaniata dal dubbio, di un singolo illuminato che combatte per trovare un’utopistica armonia tra due universi imperfetti, inevitabilmente destinati alla reciproca distruzione.

Marco Moraschinelli

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