Il “Barbecue” che fa bene all’amore e all’amicizia (ma senza esagerare)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Sarà davvero così? «Il barbecue è come un balletto, i ruoli sono ripartiti con cura» sentiamo teorizzare nel film francese di Éric Lavaine. Appunto “Barbecue”. Trattasi di commedia corale su cinquantenni benestanti in crisi che Academy 2 distribuirà nelle sale italiane il prossimo 11 settembre. In patria è andata bene sul fronte degli incassi, così così su quello critico, due o tre stellette al massimo. Per dire, Isabelle Daniel ha scritto una recensione al vetriolo, dove si legge: «Una maionese che non monta mai. Un petardo bagnato. Ogni attore sembra recitare nel proprio angolino, per se stesso, e il sorriso si propaga di rado». Magari esagera un po’.
Il cinema della chiacchiera è una specialità transalpina e qui i nove personaggi principali, cinque uomini e quattro donne, parlano parecchio: di facezie e malattie, di corna e sesso, di cibo e diete. Già, cibo e diete. Il titolo non è stato scelto a caso dal regista cinquantenne. «Mi piace la parola. Vale in tutte le lingue. Ha un bel suono, evoca un’immagine di amici e famiglia, pensi subito al bel tempo, alle vacanze, ai piaceri semplici, a trascorrere del tempo insieme. C’è qualcosa di divertente nel mangiare carne, spesso cotta poco e male, con le dita bruciacchiate».
Così, nella prospettiva di Lavaine, il barbecue in tutte le sue varianti diventa un antidoto ai regimi ipocalorici, alle regole, alla cautela. Alla faccia del colesterolo cattivo. Lo scopre sulla propria pelle il protagonista Antoine, magnifico cinquantenne di Lione, attento alla linea e ai grassi saturi, manager di successo dal rimorchio facile nonostante moglie bella e figlio, il quale si ritrova colpito da un infarto, durante una maratona. Non sa capacitarsi. Ha sempre condotta una vita sana, invece il cuore l’ha fregato.
«Un infarto non è solo un incidente cardiaco, può essere anche un segno del destino» riflette nell’incipit mentre lo vediamo arrancare e cadere infine a terra. Infatti, una volta guarito, molla l’azienda, cambia musica e decide di non negarsi più nulla, tantomeno braciole, salsicce e bistecche alla griglia, meglio se condite con buon vino rosso. È arrivato il momento di godersi la vita con gli amici, anche se poi la vacanza nel casale esclusivo affittato per due settimane si rivelerà meno allegra del previsto. Pure peggio.
“Barbecue” non è un capolavoro, però veicola un messaggio universale, pescando nella vita di tanti cinquantenni del mondo occidentale, di ambo i sessi, alle prese con rughe, separazioni, fallimenti professionali, malattie, smanie erotiche e depressioni da abbandono. Chiaro che Antoine, incarnato da Lambert Wilson, figlio del grande Georges Wilson che fu l’antifascista angariato da Ugo Tognazzi in “Il federale”, vive la sua personale rinascita con un senso di progressiva noia: neanche la grigliata più gustosa e saporita può dare un senso all’esistenza se tutto ti sembra stinto e usurato, inclusi i discorsi a cena e le freddure dell’amico barzellettaro. Tuttavia, confessa l’attore parlando di sé, non del personaggio: «Anch’io ogni tanto sono irritato dai miei amici fraterni, ma poi mi piace essere circondato da persone. Non posso immaginare di trascorrere un fine settimana da solo nella mia casa in Borgogna. Ho provato qualche volta, ma non ha funzionato».
Verrebbe da dire: beato lui, che può godere di un “buen retiro” in Borgogna, ma lasciamo da parte l’invidia e torniamo al barbecue. Inteso come pratica poco salutista che però fa bene alla salute mentale e fisica. Succede anche in “Chef. La ricetta perfetta” di Jon Favreau, nelle sale in questi giorni, storia di un famoso cuoco americano che deve ripartire da capo, dopo una stroncatura micidiale, cucinando dentro un chiosco ambulante i migliori panini cubani della Florida. Di passaggio per il Texas, tornando a Los Angeles col figlioletto, si gode una carne cucinata ad arte dentro uno dei quei mostruosi barbecue a forma di caldaia. Del resto, proprio il cantautore texano Robert Earl Keen dedicò all’attrezzo un accattivante blues, oggi usato in decine di video familiari rintracciabili su Youtube, il cui refrain recita: «If you’re feelin’ puny and you don’t know what to do / Treat yourself to some meat, eat some barbecue». Cioè: se ti senti sfigato e non sai cosa fare, concediti un po’ di carne e accendi un bel barbecue. Laggiù magari esagerano con le porzioni, le salse, il burro e tutto il resto, però c’è del vero.
Esattamente come succede nel film francese, anche se nessuno indossa cappelli Stetson, stivali da cowboy e jeans Wrangler, bensì eleganti maglioncini, espadrillas colorate e camicie di marca. Come va a finire “Barbecue”? Bene, perché «tenersi il muso è facile, la cosa difficile è riconciliarsi». Lo sa bene il volubile e sciupafemmine Antoine, infastidito da tutto, persino dalla moglie medico che l’ha tradito una volta con un collega d’ospedale. Non può lamentarsi, ovviamente: da che pulpito verrebbe la predica? Meglio, tutti insieme, accendere un barbecue in giardino. Ma senza esagerare.

Michele Anselmi

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