Nella fornace della vita, la vendetta è un piatto da servire caldo

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Il titolo originale, “Out of the Furnace”, è più suggestivo, evocativo, ma di sicuro “Il fuoco della vendetta” risulta più chiaro (a patto di non confonderlo con l’omonimo film diretto nel 2004 da Tony Scott). È l’opera seconda di Scott Cooper, il regista del vibrante “Crazy Heart” che regalò un Oscar a Jeff Bridges nei panni di un alcolizzato cantante country in disarmo. Prodotto da Ridley Scott e Leonardo DiCaprio, il film doveva chiamarsi in realtà “Dust to Dust”, polvere alla polvere, ma poi si preferì “Out of the Furnace”, a indicare, appunto, un altoforno concreto e metaforico insieme, dove tutto diventa incandescente e si liquefà. Cast all-star: Christian Bale, Casey Affleck, Forest Whitaker, Woody Harrelson, Willem Dafoe, Zoë Saldana e Sam Shepard, nessuno dei quali venne a Roma nel novembre 2013 per l’anteprima al Festival diretto da Marco Müller.

Vibrante storia operaia tra redenzione e vendetta: siamo a Braddock, Pennsylvania, tra acciaierie che chiudono e nuova criminalità balorda, non troppo distanti dai climi della serie tv “Justified”. L’operaio Russell Baze, appunto Bale, bravo come sempre nelle sue mutazioni psico-fisiche, di giorno lavora alla fornace e di notte si occupa del padre malato terminale. Il fratello minore Rodney, tornato traumatizzato dall’Iraq, sfoga la rabbia in incontri di boxe clandestini, dove picchia duro e vince sempre invece di cadere a terra causa scommesse. Mollato dalla fidanzata nera e finito in carcere per aver provocato un incidente stradale mortale, Baze riacquista la libertà giusto in tempo per salutare il fratello prima che scompaia da qualche parte sui monti Appalachi. La polizia sembra distratta, non resta che salire da quelle parti, piuttosto inospitali, armato di fucile, per cercare di capire cos’è successo. Sarà l’inizio della mattanza.

Uscita a fine agosto, partitura classica, con tanto di citazione dal “Cacciatore”: quel cervo nel mirino lasciato vivere per disgusto nei confronti della violenza. Ma il destino impone il dente per dente, sicché l’operaio darà inizio alla caccia nei confronti del bieco boss montanaro. “Il fuoco della vendetta”, purtroppo un insuccesso commerciale in patria, sa toccare le corde giuste: identità operaia, nuova povertà, guasti della guerra, ferocia belluina, riscossa e perdizione. Il finale è abbastanza prevedibile, ma non guardi mai l’orologio nel corso dei 116 minuti. Già molto di questi tempi.

Michele Anselmi

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