Il piccione di Venezia parla svedese, Roy Andersson Leone d’oro

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX” 

A sorpresa vince la Svezia. Il Leone d’oro è andato al bizzarro, surreale, umoristico “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” di Roy Andersson (in originale il titolo è uno scioglilingua impronunciabile, ve lo risparmiamo). Curiosa coincidenza: 71 gli anni del regista, 71 le edizioni della Mostra. Come sempre, il toto-Leoni s’è rivelato esercizio gratuito, nel senso che le stellette dei critici mai combaciano con le scelte della giuria, anche se bisogna riconoscere che “il piccione” svedese non volava poi così basso nelle pagelline di “Ciak in Mostra”. Dev’essere piaciuto, ai giurati pilotati dal compositore francese Alexandre Desplat, il tono da fantasiosa e stilizzata commedia nera in salsa nordica, costruita per 39 quadri a camera fissa, tra omaggi pittorici a Edward Hopper e Otto Dix, personaggi con faccia dipinta di bianco e racconti su una strana bottega dove si vendono “denti da vampiro lunghi o extra lunghi e maschere da zio con dente solitario”.
Meritava il Leone d’oro? Probabilmente no, il premio appare sovradimensionato nonostante il tocco gentile di Andersson, il quale, salendo sul palco, ha affettuosamente omaggiato il cinema italiano dei maestri e in particolare “Ladri di biciclette” di De Sica, per lo sguardo sugli umili. Ben più toccante e universale è il cinese “Red Amnesia” di Wang Xiaoshuai, sui guasti e i fantasmi della Rivoluzione culturale, sebbene l’esperienza insegni che far le pulci alle giurie è lo sport più inutile del mondo. D’altro canto, una volta scartati gli americani “Birdman” e “99 Homes”, entrambi belli in maniera diversa, i giurati hanno concentrato il loro voto a maggioranza su titoli comunque degni di riconoscimento.
Perfetto, anche se avrebbe meritato il massimo premio, il Leone d’argento al fresco, malinconico e profondo “Le notti bianche di un postino” del russo redivivo Andrei Konchalovskij, capace a 77 anni di realizzare nella più totale libertà creativa, con attori non professionisti, un film quasi documentaristico su una piccola e sgarrupata comunità rurale ai bordi di un lago sterminato. Documentario vero, invece, e straziante, è “The Look of Silence”, ovvero “Lo sguardo del silenzio”, che riporta il texano Joshua Oppenheimer giù in Indonesia, per raccontare le purghe anticomuniste sotto Suharto, nel 1965, attraverso gli occhi di un uomo, un ottico, il cui fratello fu massacrato dagli squadroni della morte. Dopo “Sacro GRA”, Leone d’oro 3013, è la conferma, verrebbe da dire sacrosanta, che gli steccati tra cinema di finzione e cinema verità sono definitivamente saltati.
E L’Italia? Un bis, l’anno dopo, sarebbe apparso come minimo provinciale, benché “Anime nere” di Francesco Munzi e “Il giovane favoloso” di Mario Martone siano film di forte impianto stilistico, anche potenti, capaci di gareggiare nell’arena internazionale. Invece dalla complessa trattativa è uscito laureato, probabilmente grazie ai buoni uffici del giurato Carlo Verdone, “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo, forse il più debole dei tre, con il doppia Coppa Volpi ai due protagonisti: Alba Rohrwacher e Adam Driver. Bravi entrambi, per carità, nel restituire la fosca e dolorosa vicenda newyorkese di una giovane coppia spezzata dalla follia para-vegana della donna.
Niente da dire sul riconoscimento alla sceneggiatura di “Racconti” dell’iraniana Rakhshan Banietemad, tra i più vibranti e intensi, per i destini femminili che vi si sfiorano, a comporre un ritratto non convenzionale di quel Paese in bilico tra emancipazione e censura. Mentre il Premio speciale della giuria al turco “Sivas”, protagonisti un cagnone da combattimento moribondo e il grintoso bambino campagnolo che lo adotta, non si spiega proprio: sarà pure un’opera prima, ma così piatta e ripetitiva. A proposito di ragazzini, meglio il “Mastroianni” caduto sul ruspante quindicenne francese Romain Paul di “L’ultimo colpo di martello”.
La cerimonia di premiazione, ripresa da Raimovie e condotta dalla compita “madrina” Luisa Ranieri, per fortuna è scivolata via indolore, veloce, senza papere e troppa retorica, di fronte alle tre alte autorità istituzionali: Pietro Grasso, Giuseppe Tesauro e Dario Franceschini. Non che a Cannes siano tanto più brillanti, e tuttavia i francesi sanno apparecchiare meglio la soirée, o forse dipenderà dalle annate e dalle presenze in sala. Quanto all’Italia, un altro riconoscimento non previsto è venuto dalla sezione parallela Orizzonti, dove “Belluscone. Una storia italiana” di Franco Maresco, ha beccato il Premio speciale della giuria. Una trafittura per il senatore forzista Lucio Malan, che ne aveva chiesto ridicolmente il sequestro.
Certo è che il cinema americano, propriamente inteso, esce piuttosto bastonato da questa 71ª edizione, non fosse altro perché l’attore Adam Driver recita in un film italiano e il regista Joshua Oppenheimer vive da anni in Danimarca. E pensare che sia “Birdman” di Alejandro González Iñárritu sia “99 Homes” di Ramin Bahrani, come si diceva sopra, non avrebbero affatto sfigurato nel palmarès veneziano. Ma devono essere apparsi poco “da festival” ai giurati: l’uno troppo ambizioso e l’altro troppo tradizionale. Non era così. Desplat, plaudendo al valore «poetico e umanistico dei film premiati con equità», non ha nascosto «discussioni vivaci e appassionate», il che significa accordo un po’ faticoso. L’anno prossimo, per la 72ª edizione, date spostate in avanti: si partirà il 2 settembre.

Michele Anselmi

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