Pasolini: del cinema di poesia e Abel Ferrara

Esce nei cinema italiani giovedì 25 settembre il Pasolini di Abel Ferrara, film portato in Concorso alla 71esima edizione del Festival di Venezia. Un’opera che da tempo attendiamo, perché su uno dei più discussi registi di ieri per la regia di uno dei più discussi registi di oggi.

Partiamo da una doverosa premessa: fare un film su Pier Paolo Pasolini era cosa estremamente difficile, se non impossibile. Questo per la labirintica complessità di un uomo che fu intellettuale sopraffino e scrittore su carta e per immagini della crudeltà del reale, vera e feroce ieri come quel futuro “sognato” da Pasolini e oggi tristemente realizzatosi. Un talento, quello del regista di Accattone, sconfinato e mirabile, ma ancora oggi spesso misconosciuto, anche per questo a dir poco chimerico per prestarsi ad essere raccontato in un film. Comunque si proceda e qualunque sia il risultato, le critiche di parzialità sono sempre dietro l’angolo. E il film di Abel Ferrara non ne è certamente immune.

Allo stesso tempo, però, viene da pensare come Ferrara, da molti odiato e ostacolato, potesse essere l’unico veramente capace di girare un film sul grande regista friulano. Il perché sta nell’affinità di tipo di cinema, quello che vuole essere visionario e immanente, che vuole provocare, scandalizzare e andare oltre la narrazione.

Abel Ferrara, con un titolo onnicomprensivo che intende descrivere più l’anima che non la vita dello scrittore, sceglie di raccontarci l’ultima giornata di vita di Pasolini, ovvero quel 2 novembre 1975. Con un brainstorming di idee e scene che danno forma ai pensieri di PPP intorno agli incompiuti Petrolio (romanzo) e Porno-Teo-Kolossal (film), incappiamo in una sorta di nuovo “cinema di poesia”. Ferrara non ha la pretesa di paragonarsi a Pasolini, ma il procedere del suo film, tra realtà degli incontri di quel dì funesto e immaginazione di un lungometraggio da farsi, punta a questo.

Pasolini di Abel Ferrara è un film colto, rispettoso del suo protagonista, comprensibile (solo) a chi ha studiato quel gran poeta e pensatore. Il violento desiderio di stupire tipico di Ferrara si fa da parte, lasciando campo ad un tentativo di “rivivificazione” dell’autore. Ci riesce nelle scene immaginate riguardo Porno-Teo-Kolossal così come in quelle nei campi periferici romani con fari delle automobili in primo piano e una Roma misteriosa e luccicante sullo sfondo. In Pasolini c’è davvero Pasolini, quello di Mamma Roma, di Il Vangelo secondo Matteo e Uccellacci e uccellini (l’accoppiata Davoli-Scamarcio è un riuscito amarcord di quella Totò-Davoli), di Salò e La ricotta (l’intervista col giornalista Colombo di La Stampa è chiara eco di quell’ Orson Welles alter ego di Pasolini).

In merito all’utilizzo nei dialoghi di più lingue (italiano, inglese, a tratti il francese), che purtroppo inevitabilmente sparirà nel doppiaggio per le sale italiane, se nell’immediato confonde lo spettatore, è in realtà funzionale a rendere universale il messaggio (se di questo si può parlare) del pensiero pasoliniano.

Concludendo, Pasolini di Ferrara è qualcosa di atipico e sfuggente sia nella filmografia del regista newyorkese sia nel modo di proporsi come (anti)biopic. Un film oligarchico, che lascia un po’ confusi e un po’ ammaliati, che rischia di essere incompreso, proprio come è sempre stato per quel pensatore che, per nostra fortuna, non è rimasto una forza del passato.

Tommaso Tronconi
(Onesto e spietato)

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