Trauma e memoria storica: il caso di Onibaba

Una delle caratteristiche più interessanti sugli attuali studi dedicati al rapporto fra il trauma e l’immagine è la possibilità che essi offrono di scovare passaggi inesplorati all’interno di testi apparentemente neutri e di mostrare, a seconda della capacità dell’analista e della correttezza del collegamento, come le contingenze storiche o personali trovino possibilità di risemantizzarsi in maniera imprevista. Nello stesso modo in cui un trauma individuale può avere diverse strategie d’insorgenza, anche per immagine, il disastro e il lutto collettivo possono trovare una interessante via di fuga entro i termini cinematografici, rifugiandosi spesso al di là delle narrazioni ufficiali, nel sottobosco del cinema di genere che offre la possibilità di costruire contronarrazioni alternative e solitamente più complesse dal punto di vista delle variabili in gioco.

Adam Lowenstein, professore all’Università di Pittsburgh, propone nel suo testo Shocking Representation una carrellata di analisi approfondite sul rapporto fra trauma, contingenza storica e cinema. In particolare il campo d’analisi di Lowenstein è il cinema horror che, forse a causa delle libertà visuali che può permettersi (mostrare il corpo aperto e ferito, la sfera del sesso e dell’abietto), finisce col diventare il terreno di coltura ideale per questo genere di ricerche. Così, collegando una manciata di lavori pregevoli da Franju a Cronenberg ad altrettanti episodi storici qualificabili come traumatici, Lowenstein propone una sua personale lettura della manifestazione traumatica, lontana dalle retoriche psicologiche ed incentrata piuttosto su un recupero della teoria benjaminiana dell’Adesso.

È particolarmente sintomatica, fra le altre, l’analisi di Onibaba: le assassine. Il film, diretto da Shindo Kaneto, è un horror giapponese piuttosto convenzionale, d’ambientazione storica e in costume. Il racconto della vita di due contadine strappate alle loro terre e reinventatesi assassine di samurai diventa per Lowenstein il sintomo di un trauma inespresso che coinvolge a più livelli la memoria traumatica di Hiroshima e Nagasaki. La svolta drammatica della vicenda si attua nel momento in cui una delle due protagoniste, dopo aver ucciso un samurai di alto rango, decide di rubargli la sua tremenda maschera per spaventare la sua compagna. L’oggetto si rivelerà essere maledetto e questo renderà impossibile toglierla una volta indossata: solo con estrema fatica l’anziana donna sarà alla fine libera dall’oggetto diabolico, ma il suo viso sarà orrendamente ed eternamente sfigurato.

Lowenstein vede, in quelle ferite mostruose, il segno tangibile dell’ustione da radiazioni. In senso pienamente benjaminiano, questo lampo ermeneutico, questa illuminazione, gli permette di leggere retrospettivamente (l’episodio è nella parte finale di Onibaba) come un tentativo di Shindo di fare i conti con un passato non completamente assimilato: da questa considerazione si dipanano, in rivoli più sottili, letture di singoli dettagli (il ruolo della donna nella società giapponese, la considerazione degli hibakusha, vittime della bomba atomica etc.) che complessificano la cornice d’analisi e alla fine mostrano con una certa pregnanza come sia effettivamente possibile interpretare una pellicola apparentemente inoffensiva come Onibaba alla luce della sua qualità di insorgenza post-traumatica.

Giuseppe Previtali

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