Ma che ci fa il pacifista Neil Young in mezzo ai “Mercenari 3”?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Be’, da non crederci. “I mercenari 3” si chiude con una specie di karaoke giù nel bar “Rusty’s” di New Orleans, e sapete che cosa intonano ispirati i guerrieri capitanati da Sylvester Stallone? “Old Man” dell’ultra pacifista Neil Young. Sì la crepuscolare ballata sulla vecchiaia che fa, nel ritornello: «Old man look at my life /I’m a lot like you were».
A occhio non ci sarà, un quarto episodio della serie che ha rilanciato l’ex Rocky e l’ex Rambo al botteghino. Negli Usa ha incassato appena 36 milioni di dollari, troppo pochi; magari si rifarà nel mondo, anche se il primo week-end italiano è stato deludente, appena 1 milione e mezzo di euro. Del resto, questo numero 3 raschia davvero il fondo del barile, esibendo la bellezza di 16 personaggi nel manifesto, con al centro lui, Barney Ross, lo stagionato e fatalista mercenario “expendable”, cioè sacrificabile, basco nero, anfibi e anello a forma di teschio. Lo firma Patrick Hughes, sulla base di un soggetto dello stesso Stallone, che per l’occasione ingrossa l’organico del suo esercito personale, aggiungendo altre invecchiate star hollywoodiane e qualche volto nuovo per rinnovare il look.
Solo che il gioco, in bilico tra strizzatina d’occhio ironica e rodomontate bellicose, ormai è spompato, non sembra crederci neanche lui, Sly, benché sempre in forma fisica e ricoperto di maschi tatuaggi sopra camicie in stile Navajo. Le battute su l’età, la pensione, l’ultima giostra, il giro completo, le rughe sul collo, eccetera non si contano, e ogni tanto strappano pure il sorriso. Tuttavia, ancor più che nel secondo capitolo, decisamente il più brutto della trilogia, avverti la gratuità dell’operazione, anche la malinconia dell’insieme.
Lasciati a casa Bruce Willis e Chuck Norris, forse diventati troppo costosi, Stallone recupera autorevoli colleghi disoccupati del calibro di Mel Gibson e Harrison Ford, ormai specializzatisi in comparsate di lusso, affida ad Antonio Banderas, in vacanza dagli spot Barilla, un ruolo buffo di mercenario chiacchierone, rilancia Wesley Snipes appena uscito di prigione e conferma i vecchi compagni d’armi, inclusi Arnold Schwarzenegger, Jason Statham e Dolph Lundgren, quello che voleva “spiezzare in due” Rocky Balboa. La novità consiste nel reclutamento di una nuova squadra, composta da giovani soldati di ventura in linea coi tempi più un’amazzone bionda in minigonna, salvo poi, una volta aver visto in faccia la morte dalle parti di Bucarest, richiamare la vecchia guardia per il gran finale dentro un maxi-albergo abbandonato da qualche parte in Armenia (in realtà Bulgaria).
Cinema al testosterone, muscolare, dove i cattivi muoiono come mosche, tra auto-citazioni e battute maschie: “I mercenari 3” cercano l’applauso nello sfracello distruttivo, con una punta di rimpianto per l’action-movie in stile anni Ottanta, ma riveduto e corretto con l’uso degli effetti speciali computerizzati. All’appello manca solo Steven Seagal, troppo inquartato per essere credibile, o forse restio per ragioni contrattuali a imbarcarsi sul bimotore guidato da Barney.
Si esce dal film, pieno di botti, acrobazie, ossa spezzate e gole tagliate, con un vago senso di insoddisfazione. Specie Harrison Ford, che fu Indiana Jones e Jack Ryan in due fortunate serie, appare stordito, particolarmente invecchiato: a 72 anni dovrebbe andare in pensione, invece si rimette la tuta verde da pilota e lancia il suo elicotterino contro un intero esercito. «Erano anni che non mi divertivo così tanto» gongola il personaggio. Già: «Old man look at my life /I’m a lot like you were».

Michele Anselmi

Lascia un commento