I fratelli Avati versus Sharon Stone: non s’erano mai tanto amati

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Non s’erano tanto amati neanche all’inizio, figurarsi dopo, quando Sharon Stone, in un’intervista a “GQ Italia”, sibilò: «Sul set non c’era alcun tipo di organizzazione, mi hanno costretto a girare mentre entravano giornalisti, fan, fotografi, c’era il caos più completo: mi sono sentita venduta. Alla fine ho costretto tutti a uscire, era l’unico modo per lavorare con serietà». Il set in questione? “Un ragazzo d’oro”, il film di Pupi Avati, con Riccardo Scamarcio, Cristiana Capotondi e appunto Sharon Stone in cartellone, nelle sale da giovedì 18 settembre in circa 300 copie. La piccola sfuriata a freddo della star di “Basic Instinct”, oggi 56enne e sempre bella, non poteva restare senza risposta. Infatti, presentando il film ai giornalisti, il regista e soprattutto suo fratello Antonio si sono presi qualche rivincita. State a sentire.

Così Pupi Avati: «Avere Sharon Stone, anche solo per sette giorni di riprese, è qualcosa di impossibile. Considera la sceneggiatura una specie di “rogito”. Se venissero pubblicate le mail tra noi e il suo agente, be’ ci sarebbe materia per un romanzo avvincente. Credo però che, al di là delle sue qualità interpretative, sono poche le attrici dotate di un impatto così planetario». Così Antonio Avati: «Come capita con certe attrici hollywoodiane in leggero declino, ci ha fatto un po’ soffrire. Siamo andati a prenderla a Firenze, su un treno Italo tutto per lei. Aveva sbagliato binario. Era sola, seduta su una valigia, con una gonna a fiori. A mano a mano che si avvicinava a Roma, dove l’attendevano i fotografi, ha ricominciato a fare Sharon Stone» rievoca il produttore. E continua: «L’abbiamo subito portata all’hotel Hassler nella suite più costosa, e questo le ha fatto già montare la testa. Il giorno dopo, sul set a piazza del Popolo, l’atteggiamento remissivo e gentile è cominciato a venir meno, sono aumentati i capricci. Ha voluto la mia carta di credito per fare shopping a via del Corso (da Fendi a Bulgari, ndr). L’ultimo giorno di riprese è letteralmente sparita, infastidita da un operatore. Mi ha fatto chiamare da Los Angeles, pur essendo lì a due passi, per tornare a finire la scena».

Insomma, avete capito: Sharon ha fatto la diva in trasferta, i fratelli Avati hanno abbozzato. Ci si chiede, peraltro, se un’attrice come lei, per quanto famosa e carismatica, possa costituire ormai una reale attrazione, un valore aggiunto. Vedremo. Certo il film è divagante, non proprio una riuscita, benché si iscriva con qualche novità nella ricca cinematografia del 75enne regista bolognese. «Sono partito dalla consapevolezza che un padre frustrato, specie se ambisce a porsi al centro dell’universo con egocentrismo e voracità, diventa ingombrante, toglie ossigeno ai figli, intossica l’intero ambiente familiare» scrive Avati sulle note di regia.

Nel film il padre si chiama Achille Bias e lo vediamo solo in un flashback o in fotografia. Sceneggiatore di commedie corrive o scorreggione, tipo “Dove vai se il vizietto non ce l’hai?” con la coppia Montagnani-Vitali, forse s’è ucciso buttandosi con l’auto in un dirupo. Il figlio Scamarcio non gli ha mai voluto bene: scappato a Milano per fare il pubblicitario creativo e intento a scrivere racconti che nessuno pubblica, il trentenne tiene a bada con le pillole ansia e insoddisfazioni, neanche la fidanzata Capotondi sa più come prenderlo. La morte del padre lo riporta a Roma, in quella casa polverosa e “antica” dove il padre, prima di morire nel disincanto inacidito, ha continuato a vivere con l’invecchiata moglie Giovanna Ralli, dopo averla disinvoltamente tradita per anni, specie con un’ex attrice canadese, ora editrice, che ha il corpo e il viso desiderabili di Sharon Stone.

Il “ragazzo d’oro” è naturalmente lui, Davide Bias, il figlio sulle prime risentito nei confronti di quel genitore a lungo assente o frustrato, ma poi deciso a donare la sua salute mentale al risarcimento di una figura paterna che non ce l’ha fatta. Come? Scrivendo di sana pianta un romanzo “incompiuto”, in realtà mai cominciato dal morto, che il giovane intitolerà “Contro”, firmandolo col nome del padre: fino a vincere lo Strega e insieme a perdere la testa.

Intessuto di riferimenti più o meno ironici a certo cinema “trash” o “stracult” degli anni Settanta venerato da Quentin Tarantino, “Un ragazzo d’oro” gioca con le fotografie di Edwige Fenech e Tomas Milian, fa recitare Valeria Marini nella parte di se stessa, allude e sfotticchia; anche se le strizzatine d’occhio cinefile fanno solo da sfondo alla ricostruzione del tribolato rapporto tra padre vanesio e figlio generoso. Così generoso da negare se stesso per restituire dignità artistica al nome del genitore, vestendosi e pettinandosi come lui.

Purtroppo qualcosa non torna nella tenuta del film, nonostante la canzone jazzy di Raphael Gualazzi “Time for My Prayers”, lo spiritoso accavallamento di gambe della star, un certo sguardo contemporaneo che viene dal figlio del regista, Tommaso, autore del soggetto ma non del copione. Tutti gli interpreti sembrano un po’ a disagio, storditi, inclusa Sharon Stone doppiata fuori sync da Jane Alexander. Il crescendo drammatico stenta a trovare una sua propria misura espressiva, il product placement regna sovrano con i suoi marchi. Film magari troppo sentito e personale, vai a saperlo.

Michele Anselmi

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