Il film segreto di Bellocchio: la monaca, il confessore e il cardinale per parlare di sé

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Alla fine, vedrete, non si chiamerà neppure “L’ultimo vampiro”, anche perché esiste un horror americano del 2009 con lo stesso titolo. Lo splendido 74enne Marco Bellocchio sta montando il nuovo film girato alla svelta, tra fine giugno e luglio nella sua amata Bobbio, dalle parti della Val Trebbia, dove è nato nel 1939. «Sulla storia non voglio dire nulla, non ancora» ha tagliato corto alla Mostra del cinema di Venezia: era lì per presentare la versione restaurata di “La Cina è vicina”, suo fortunato film del 1967. Titolo giustamente famoso, pure azzeccato, evocativo; mentre “L’ultimo vampiro”, oggi che i “succhiasangue” non vanno più tanto di moda al cinema dopo tanto mordere sul collo, rischia di risultare fuorviante rispetto alla vicenda narrata, benché più appetitoso dei primi tre, abbandonati strada facendo: cioè “Il confessore”, “La monaca” e “La prigione di Bobbio”.
Nella cittadina emiliana il regista dei “Pugni in tasca” torna sempre volentieri, tanto da avervi impiantato un vivace festival che si svolge ad agosto e il laboratorio “Fare cinema”. Ora, dopo il familiare “Sorelle Mai” e altre storie nate da quelle parti per i suoi allievi, vi ha realizzato per intero un film: ambientato nel Seicento, girato in parte nel monastero di San Francesco e in parte nelle carceri della contrada San Nicola. Fotografia di Daniele Ciprì, musiche di Carlo Crivelli, montaggio di Francesca Calvelli, produzione italo-franco-svizzera con un contributo ministeriale di 400 mila euro, cast illustre, zeppo di amici e parenti: i protagonisti Pier Giorgio Bellocchio (figlio del regista) e Lidiya Liberman, poi Filippo Timi, Alba Rohrwacher, Roberto Herlitzka, Toni Bertorelli, Ivan Franek.
Una suora bellissima, Benedetta, rinchiusa e murata viva per venticinque anni nella prigione-convento di Bobbio; un cardinale ormai anziano, Federico, che cinque lustri prima condannò la poveretta a quella pena perpetua dopo essere sfuggito al suo fascino ammaliatore e averla considerata una “strega”; un altro Federico, un padre confessore, che ancor prima si suicidò, schiacciato dai sensi di colpa per essere stato sedotto dalla suora e istigato a fuggire insieme a lei verso le Americhe. Una storia probabilmente divisa in due quadri, anche temporali, in mezzo un’apparizione a sorpresa che fulmina il cardinale anziano, ormai deciso a perdonare la suora, forse in odore di santità.

«Una fiaba che parla della fragilità degli uomini e dell’eterno femminino di Goethe. Un film fatto con pochi soldi, minimale, da girare a fine estate» anticipò due anni fa Bellocchio, dopo le roventi polemiche legate a “Bella addormentata”, mentre accarezzava ancora l’idea, per ora sospesa o forse definitivamente tramontata, di girare l’affresco satirico/politico “Italia mia”. Lo spunto di “L’ultimo vampiro”? «Avevo girato a Bobbio un piccolo film ispirato alla monaca di Monza, con mio fratello Alberto nel ruolo del cardinale che deve decidere se liberarla o meno. Ho scritto un seguito, immaginando l’incontro avvenuto, 30 anni prima, tra il prete allora confessore e la monaca processata».
Girato nel più totale riserbo, tanto che in rete si trova solo qualche immagine rubata col cellulare durante il set estivo, il film sarà pronto per i primi mesi del 2015, e chissà che non debutti in prima mondiale a Berlino o a Cannes (lui, personalmente, ha promesso di non andare più ai festival, per sottrarsi alla bagarre e allo stress). Il tono del racconto è circolare, anche nei nomi maschili che tornano, mentre lei, Benedetta, possiede una venustà squassante e tentatrice, che resiste all’usura del tempo, ai segni dell’età. Sottoposta alle prove decisive dell’acqua, del fuoco e delle lacrime, che dovrebbero certificare il patto col demonio e avviarla al rogo, la monaca riesce a dimostrare di non essere una strega, ma solo una donna innamorata del suo primo confessore, e tuttavia sarà rinchiusa in perpetuo tra quelle mura. «Volevo fuggire con Federico in America, ero innamorata, ma non ho capito che non poteva sostenere una prova così audace. Come poteva seguirmi nel Nuovo Mondo un uomo che non aveva il coraggio di dormire con me?» sospira la monaca in una scena, pronta a tentare anche il secondo prete, mandato lì dall’Inquisitore per torchiarla.
Bellocchio, sempre restio a parlare con i giornalisti specie durante le riprese, descrive così il suo film: «Un racconto che, senza tradire il mio stile, nonostante l’ambientazione in costume, si allarga in un tempo che ho vissuto, nell’educazione che ho ricevuto, nei libri che ho letto e nei film che ho visto, anche nelle lunghe estati passate a Bobbio. Mi ritrovo in tanti personaggi: in chi vince, in chi perde, in chi rimane a guardare».
Belle parole. In fondo, pare di capire, l’Inquisizione, la monaca imprigionata, la clausura, la stregoneria, il desiderio, un po’ come succedeva nel film di Paolo Benvenuti “Gostanza da Libbiano”, sono un pretesto per parlare d’altro sotto forma di racconto storico, probabilmente di sé, dell’amore, della rinuncia, anche in una chiave vagamente autobiografica.
Del resto, con l’età si torna quasi sempre a casa, per nostalgia, rimpianto, acquietata saggezza. «Io da Bobbio me ne sono andato, come Moraldo che, alla fine dei “Vitelloni” di Fellini, prende il treno e parte. Se fossi rimasto per me sarebbe diventata una prigione» confessò Bellocchio in un’intervista. Forse un po’ mentendo a se stesso. Perché la prigione di Bobbio gli è cara, eccome. Un po’ come a Leopardi era caro l’ermo colle.

Michele Anselmi

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