Per Ulisse: un viaggio documentario all’interno del Ponterosso

Fra i generi cinematografici, il documentario è senza dubbio quello che ha sempre conosciuto meno fortuna di pubblico. I motivi non sono difficili da individuare ed alcuni di essi risalgono alle radici della nostra formazione: il ricordo di opprimenti videocassette a cui veniva demandata l’istruzione di intere classi, certamente, gioca un ruolo non di secondo piano nel definire il disamore di molti verso questa tipologia di prodotto. Esiste però – e sembrerebbe soprattutto in Italia – una tradizione piuttosto vasta di validi lavori documentari che meritano di essere apprezzati non solo per l’intelligenza con cui raccontano situazioni spesso difficili, ma anche per la bellezza delle loro immagini o scelte estetiche. Per Ulisse, di Giovanni Cioni, andrebbe letto proprio in questa luce. Il regista, dalla formazione particolarmente variegata per quanto riguarda le esperienze di vita, risiede oggi in Toscana ed è proprio in questa terra che ha deciso di ambientare il suo lavoro. A dare corpo al documentario è infatti il Ponterosso, struttura di reinserimento sociale per persone dai passati più diversi. Sotto l’occhio della macchina da presa si intrecciano le esistenze di ex tossicodipendenti, individui con problemi psichiatrici, ex carcerati e senza tetto. Si tratta di un mosaico quanto mai vasto, che si ritrova in un luogo che diventa un’occasione fondamentale di socializzazione e attività collettiva, all’insegna di un riscatto sociale che spesso stenta ad arrivare.

Piuttosto geniale, per la verità, l’idea di base del film, da cui deriva anche il titolo. Il Ponterosso è un porto, un luogo di sbarco ed arrivi, di partenze spesso permanenti o di ritorni imprevisti. In tutto questo la figura di Ulisse diventa la chiave di lettura di una serie di esperienze di vita marginale. Ulisse è Nessuno, l’uomo che ha perso la sua identità durante il lungo viaggio di ritorno verso Itaca, terra agognata di pace lontana dalle brutture della guerra. Per tornare là, però, Ulisse affronta un’epopea lunga e complessa, in balia delle correnti e delle traversie dell’esistenza. Ognuna delle persone del Ponterosso è, agli occhi di Cioni, un nuovo Odisseo, con la sua storia da raccontare a un cantore (la macchina da presa) perché possa essere tramandata. Per Ulisse è la storia di una serie di battaglie, certamente diverse da quelle omeriche ma non per questo meno degne d’essere combattute, sotto l’insegna di uno sperato ritorno alla collettività sociale.

Facendo un film come questo il rischio più grande era quello di scadere nell’aneddoto, nell’insipida schermaglia di domande e risposte oppure – cosa che forse è ancora meno augurabile – di precipitare nel patetico, nel volontario ammiccamento alla sensibilità dello spettatore. Cioni riesce saggiamente ad allontanarsi da entrambi questi lidi pericolosi raccontando storie che anziché soffermarsi sulle vicende che hanno portato a quel punto celebrano, in maniera misurata, “il fatto di essere vivi”.

Giuseppe Previtali

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