Il “Pasolini” by Abel Ferrara era proprio necessario? No, occasione persa

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«Muoio. E anche questo mi nuoce». È un verso di Pasolini, preso da “La Guinea”. Così bello, quasi profetico, che Marco Tullio Giordana lo piazzò nell’ultima scena di “Pasolini. Un delitto italiano”, in gara al Lido nel 1995. Quasi vent’anni dopo, mentre David Grieco sta finendo “La macchinazione” con Massimo Ranieri nei panni del poeta di Casarsa, esce in sala, dopo passaggio a Venezia, “Pasolini” di Abel Ferrara. Titolo secco, a spiegare tutto: l’uomo, l’arte, lo scandalo. Bisogna dire però, con buona pace dei cinefili sfegatati per i quali il regista newyorkese è ancora quello del “Cattivo tenente” o di “Fratelli”, che forse si poteva fare a meno di prenderlo in concorso. Non è una riuscita, il film. E non è nemmeno un atto di particolare coraggio, come abbiamo letto, l’idea di raccontare l’ultima giornata di Pasolini, quel 1° novembre del 1975, poco dopo aver rilasciato un’intervista a Furio Colombo che avrebbe suggerito di titolare “Siamo tutti in pericolo”.
Non convince – diciamolo subito – questo “Pasolini” che Ferrara e il suo attore-feticcio Willem Dafoe, entrambi vivono a Roma non troppo distanti dalla Stazione Termini, hanno lungamente covato, convincendosi di essere entrambi in debito, artisticamente, verso il regista del “Vangelo secondo Matteo”. «In cerca della morte di un poeta / solo per scovare l’assassino che è dentro di me» verseggia Ferrara sul press-book, spiegando ai giornalisti che il film è il suo omaggio da buddista (ma non era cattolico fino al midollo?) a un maestro cui deve molto. Mentre Dafoe, abbastanza somigliante a Pasolini nel trucco, nel tratto e nell’abbigliamento, sostiene: «Non riesco a immaginare un’altra figura intellettuale così completa dal punto di vista artistico, in grado di attraversare la cultura in modo intenso, e la politica e la società».
L’attore dagli zigomi taglienti, ingaggiato a Hollywood per fare il cattivo sin dai tempi di “Vivere e morire a Los Angeles”, spiega di non aver interpretato un ruolo, con Pasolini: «Ho provato ad “abitare” i suoi pensieri, di dialogare con essi, in un rapporto quasi privato». E tuttavia tanto dedizione non si trasforma in un bel film. Certo, la versione mostrata a Venezia era linguisticamente bizzarra, con Dafoe che parla in inglese per competere alla Coppa Volpi, i “ragazzi di vita” e Ninetto Davoli in romanesco, gli altri attori, da Adriana Asti a Maria De Medeiros, da Riccardo Scamarcio a Valerio Mastandrea, da Francesco Siciliano a Giada Colagrande, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Col doppiaggio in italiano, Fabrizio Gifuni dà la voce al protagonista, le cose migliorano un po’. Ma, appunto, il problema non è solo linguistico. L’idea di circoscrivere l’azione temporale, ricostruendo le ultime 24 ore di vita o poco più di Pasolini, è suggestiva, anche drammaturgicamente, e permette un certo risparmio; solo che la tensione non cresce, e con essa il senso di tragica ineluttabilità, di morte annunciata. «Le mie esperienze io le pago di persona» scandisce questo Pasolini sin troppo meditabondo. E intanto Ferrara rievoca la giornata in qualche modo cruciale: la fine del montaggio di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, la chiacchierata con un giornalista francese, il pranzo con la mamma Susanna, la cugina Graziella Chiercossi, l’amico Nico Naldini e l’attrice Laura Betti, le parole di stima per Sciascia e Penna, la stesura all’Olivetta lettera 22 di un capitolo del romanzo incompiuto “Petrolio”, l’intervista a Colombo, la cena da “Pommidoro” con Ninetto Davoli, il rimorchio di Pino Pelosi a un passo dalla stazione Termini, la fermata al “Biondo Tevere”, infine l’arrivo all’idroscalo di Ostia, dove si consuma prima un rapporto sessuale e poi un pestaggio micidiale ad opera del “Rana” e dei suoi amici.
«Questo è un film, non un’indagine. Non me ne frega niente di chi l’ha ammazzato e come. Io mi occupo della tragedia, di quello che abbiamo perduto. Pasolini è morto a 53 anni, avrebbe potuto continuare a dire e a fare tantissimo» sostiene Ferrara. In effetti “Pasolini” non promette rivelazioni o nuovi dettagli sulla dinamica di quella morte violenta, ancora mai del tutto spiegata. Semmai l’omaggio si nutre della “disperata vitalità” dell’ultimo Pasolini, che sente su di sé l’alito della morte, per allargarsi alle sue visioni artistiche e letterarie.
Si spiegano così gli inserti diciamo onirici, anche di ardua decifrazione per lo spettatore: dal “Pratone del Casilino” viene il sesso promiscuo coi ragazzini borgatari in fila per la fellatio; da “Petrolio” l’attentato aereo che uccide una specie di Mattei; dal copione del mai girato “Porno-Teo Kolossal” la buffa salita verso il paradiso del re magio Epifanio, incarnato da Ninetto Davoli e dal suo alter ego giovane Scamarcio C’è anche un’orgia, colorata e dionisiaca, quanto di meno “pasoliniano” al mondo per come viene filmata, con villosi gay e poppute lesbiche che si accoppiano furiosi nel “Giorno della Fertilità” urlando come ossessi, absit iniuria verbis: «Cazzo cazzo, faccanculo. Fica fica, vaffanculo». A Venezia nessuno ha sorriso in sala, neanche un segno di impazienza, un inizio di “buuu”. Nulla. Il venerato maestro Ferrara dev’essere proprio intoccabile. E pensare che per molto meno “Nerolio” di Aurelio Grimaldi, nel 1996, fu escluso senza pietà dalla Mostra: non piaceva allo scomparso Vincenzo Cerami, ex allievo e poi parente di Pasolini, pronto a dare le dimissioni dalla commissione selezionatrice se il film fosse stato preso.

Michele Anselmi

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