Tsunami al cinema: film italiani senza pubblico (purtroppo)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Non era mai successo, almeno in termini così devastanti, per giunta a fine settembre, non alla riapertura dopo le ferie estive. I cinema sono mezzi vuoti. Cineplex-cattedrali e multisala cittadine. Non marciano neanche i filmoni americani d’azione, al massimo si fermano, dopo un mese, a 3 milioni di euro, come “I mercenari 3”. A scorrere le tabelle Cinetel coi dati del botteghino aggiornati, sembra un’ecatombe. Specie per i film italiani. Fa gli scongiuri Sabina Guzzanti, che manda in sala il 2 ottobre “La Trattativa”: tanto clamore mediatico l’aiuterà? «Un disastro, è tutto finito» dice uno sconsolato Carlo Verdone, rimuginando sulle cifre lillipuziane. «La crisi coinvolge cinema d’autore e di commedia, sperimentale e popolare, action movie e cartoni animati. Però se lo dici passi per disfattista. È cambiato proprio tutto, specialmente il rapporto con le immagini e l’auto-rappresentazione» annota Piera Detassis, direttrice del mensile “Ciak”. «Siamo in epoca frammentata, social, “selfie made men”. Da lì bisogna ripartire». Speriamo.
Già nel lontano 2008 Nanni Moretti la vedeva così: «Il festival di Cannes ha appena premiato “Gomorra” e “Il Divo”, ma purtroppo la gente non va più al cinema». Vale anche per questo 2014: vinciamo l’Oscar con “La grande bellezza” ma i nostri film toppano al botteghino. Nei primi sei mesi del 2014 solo tre titoli italiani sono finiti nella top ten dei più visti: “Un boss in salotto”, “Sotto una buona stella” e “Tutta colpa di Freud”, rispettivamente con 12 milioni e 297 mila euro, 10 milioni e 265 mila euro, 7 milioni e 869 mila euro. Un tempo, per sfotticchiare un certo catastrofismo, Paolo Virzì ricordava che «il cinema italiano muore a maggio e rinasce puntualmente a settembre». Varrà ancora il mantra?
Vediamo gli incassi a venerdì 26 settembre. “La Buca” di Daniele Ciprì, protagonista la coppia comica Sergio Castellitto & Rocco Papaleo, ha totalizzato nei primi due giorni appena 93 mila euro, con ben 270 copie. “Pasolini” di Abel Ferrara si aggira sui 44 mila, con 74 copie. “Anime nere” di Francesco Munzi, tosto e bellissimo, dopo una settimana in sala è a quota 402 mila, con 125 copie. Non va meglio a “Un ragazzo d’oro” di Pupi Avati, con Riccardo Scamarcio e Sharon Stone: fermo a 518 mila euro, con 274 copie. “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo, uscito ai primi di settembre, è bloccato a 692 mila euro, nonostante il quartetto Lo Cascio & Gassman, Bobulova & Mezzogiorno. E che dire di “La nostra terra” di Giulio Manfredonia, con Stefano Accorsi e Sergio Rubini? Praticamente già smontato: neanche 123mila euro. Ancora. “Senza nessuna pietà” con Pierfrancesco Favino: 195 mila euro. “Belluscone – Una storia siciliana” di Franco Maresco: 227 mila. “Arance & martello” di Diego Bianchi in arte Zoro: 138 mila. Anch’essi erano al Lido a vario titolo, e certo non è colpa della Mostra se poi nessuno li va a vedere in sala.
Il regista genovese Giuliano Montaldo ricorda che già nel 1951, quando pure si vendevano 500 milioni di biglietti all’anno, si sentì dire da un macchinista: «Dottò, c’è la crisi del cinema». Nel 2013 siamo scesi a 97 milioni, sotto la soglia fisiologica/simbolica dei 100, per un incasso di 618 milioni di euro. Se non è andata peggio è solo per merito di “Sole a catinelle” di Checco Zalone, coi suoi 52 milioni di euro al botteghino ha risollevato l’annata in extremis. Purtroppo a ottobre 2014 non è un previsto un bis.
Ironizza in rete tal Mattia Cordisco: «Sono andati tutti a vedere Zalone tra novembre/dicembre, tornare al cinema nei sei mesi successivi è effettivamente prestino». Infatti i primi sei mesi del 2014 sono stati i peggiori degli ultimi cinque anni, e la ripresa autunnale non autorizza ottimismi, poi magari a Natale, con Aldo, Giovanni & Giacomo, “Il ragazzo invisibile” di Gabriele Salvatores, il cinepanettone con Lillo & Greg, Alessandro Siani con “Si accettano miracoli”, si tirerà il fiato.

Vero è che sembra essersi spezzato definitivamente il legame tra pubblico giovane e cinema in sala. Indipendentemente dalle storie narrate sul grande schermo. Continuano a uscire 10-12 titoli a settimana, una cifra insensata (nel 2013 sono stati 453), e naturalmente vanno a picco gli incassi. La verità è che metà degli italiani non va mai al cinema. Appunto. Nel 2010, l’anno di “Avatar”, si sono staccati in Italia poco più di 120 milioni di biglietti. Sempre pochi rispetto a Francia e Spagna. Tuttavia, ecco il paradosso, nel 2012 sono stati prodotti ben 166 lungometraggi in Italia, 155 nel 2011, 142 nel 2010. Non sarà un numero irragionevole con l’aria che tira? Anche perché molti di questi film, magari a volte pure interessanti e costati poco, sono destinati in partenza a non fruttare nulla sul piano commerciale, spesso neanche ad uscire pro-forma in attesa dello sfruttamento dvd o di un passaggio su Sky.
Perché farli allora? Ipertrofia creativa. E soprattutto: una volta fatti, è ragionevole pensare che possano uscire tutti al cinema? Guai a farlo notare. Si passa per nemici del cinema tricolore. Sappiamo benissimo, però, che le nuove piattaforme hanno fame di prodotti freschi. A patto che siano appetibili, almeno commerciabili; o così artisticamente riusciti da diventare casi da festival. Altrimenti si spendono soldi inutilmente, specie quelli dello Stato, benché le risorse pubbliche siano progressivamente scese, fino a toccare la cifra di 23-25 milioni all’anno. Resta che di tutti questi film non si sa che cosa fare. Infatti Riccardo Tozzi, presidente dell’Anica, ripete al “Secolo XIX”: «Smettiamola di illuderci, ci sono film che non debbono proprio andare in sala. Se riusciamo a costruire una cultura e una civiltà della fruizione dei contenuti a pagamento, alcune opere italiane potranno avere visibilità su altre piattaforme». Civiltà della fruizione significa lotta alla pirateria. Facile a dirsi, a prescindere dagli intoppi politici, nel momento in cui scaricano davvero tutti a colpi di downloading: non solo ragazzi smanettoni e trentenni squattrinati, bensì i loro padri, inclusi i benestanti (il danno economico è stimato in 500 milioni all’anno).
Tuttavia si continua, sostanzialmente, a vendere il cinema come trent’anni fa. Mantenendo finestre temporali, le cosiddette “windows”, che sanciscono per legge il tempo da far trascorrere tra uscita in sala e altre forme di fruizione: 3 mesi per il dvd in affitto, 6 mesi per la pay-per-view, 12 mesi per la pay-tv, 24 per la tv generalista. Come fermare uno tsunami con un bicchiere.

Michele Anselmi

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