Ex Cinema America: Salvatores e Sorrentino brandiscono l’Oscar

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Magari si sentono un po’ come Marlon Brando: nel 1973 l’attore rifiutò l’Oscar per “Il Padrino” e anzi spedì al suo posto una ragazza abbigliata da squaw per denunciare le vessazioni subite a Hollywood dagli indiani d’America, i cosiddetti “native american”. Sono Gabriele Salvatores e Paolo Sorrentino, due premi Oscar, registi di talento, oltre che persone gentili. Ma forse, nell’atmosfera militante da assemblea permanente, un po’ anni Settanta, che circonda la mobilitazione romana attorno all’ex cinema America, chiuso nel lontano 1999, poi nel 2012 occupato dal “Collettivo studenti medi e universitari”, recentemente sgomberato su richiesta della proprietà in vista di una trasformazione d’uso, i due cineasti hanno finito col prendersi troppo sul serio.

«Se il cinema America non riapre restituirò l’Oscar» insorge Salvatores, partecipando alla proiezione di “Italy in a Day” in piazza San Cosimato, a due passi dalla sala di Trastevere, organizzata proprio dall’associazione Piccolo Cinema America. La statuetta fu vinta nel 1992, con “Mediterraneo”, in cinquina c’era anche “Lanterne rosse” di Zhang Yimou. A chi ridarà indietro l’Oscar? All’Academy Awards di Los Angeles?

«Se il cinema America non riapre rinuncio alla cittadinanza onoraria di Roma» annuncia invece Sorrentino, parlando alla radio con Serena Dandini. La pergamena gli fu consegnata il 14 marzo scorso, dopo l’Oscar vinto meritatamente per “La grande bellezza”, dallo stesso sindaco Ignazio Marino durante una cerimonia in Campidoglio allietata dal discorso affettuoso di Carlo Verdone.

Va bene sposare le buone cause, o quelle ritenute tali, ora che calano gli incassi e chiudono le sale cittadine; e mettiamo anche che attorno all’ex cinema America, dopo il messaggio di solidarietà ai ragazzi in lotta arrivato dal presidente Napolitano e l’iniziativa del ministro Franceschini presso la Sovrintendenza volta a tutelare la destinazione d’uso, s’è creato un ampio movimento d’opinione che spingerà l’ineffabile sindaco ciclista a inventarsi qualcosa, proprio mentre il teatro Eliseo rischia di chiudere e nessuno vuole maneggiare il Teatro dell’Opera dopo il “me ne vado” di Riccardo Muti.

Come stanno le cose? Da un lato il proprietario intende trasformare quei locali, per anni mandati in degrado e poi riattivati dagli studenti, in una ventina di mini-appartamenti; dall’altro, gli ex occupanti sognano «una sala ad offerta libera con profitti vincolati alla realizzazione di arene ed attività gratuite per il territorio, una programmazione fatta di retrospettive, anteprime, mostre, aula studio, biblioteca, sale riunioni per gli studenti dei licei e tutto ciò di cui ha bisogno questo rione fatto di Leoni, il tutto naturalmente gestito in sinergia da territorio, mondo cinematografico e noi ragazzi». Insomma, l’immaginazione al potere che sfida la bieca speculazione edilizia, fiaccolate contro il mattone.

Ci si chiede, in ogni caso, se per scongiurare la chiusura definitiva della storica sala, progettata negli anni Cinquanta dall’architetto torinese Angelo Di Castro e abbellita dai mosaici di Pietro Cascella, la doppia minaccia di Sorrentino e Salvatores sia davvero la carta migliore. Intendiamoci: Carlo Verdone, Paolo Virzì, Francesco Rosi, Marco Tullio Giordana, Daniele Luchetti, Elio Germano, Claudio Santamaria, Francesco Bruni e tanti altri hanno sostenuto l’occupazione del cinema America, finché è durata, ritenendo che fosse una battaglia giusta e sacrosanta in difesa di un presidio culturale (purtroppo alcuni di essi erano convinti che anche l’insensata occupazione del teatro Valle fosse cosa giusta e sacrosanta). Tuttavia restituire l’Oscar o la cittadinanza onoraria sa un po’ di mossa da “prime donne”, e speriamo che non sia l’inizio di una nuova moda a sinistra. Tutti a riconsegnare Leoni d’oro o d’argento, Coppe Volpi, Oselle, David di Donatello, Nastri d’argento, Globi d’oro e premi vari? Purtroppo il confine tra testimonianza civile e demagogia auto-riferita talvolta è labile in questi casi.

La controprova? Nel 2002 l’irruente e molto engagé attore Libero De Rienzo vinse un David per “Santa Maradona”. Sapete che fine ha fatto la statuetta? «Coperta dalla saliva del mio cane e stipata in congelatore» ha confessato l’attore in un’intervista, perché «nel nostro Paese i premi non sono altro che un attestato di conformità». Vabbè.

Michele Anselmi

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PRECISAZIONE DI PAOLO SORRENTINO
Io concordo col tuo articolo sul Secolo XIX, Michele, però ha un vizio all’origine. Io ho rettificato subito, perché la mia era una battuta. Non ho nessuna intenzione di restituire la cittadinanza onoraria e so bene che sarebbe un gesto presuntuoso. Ma forse, come accade a molti, hai letto la notizia ma non la mia rettifica. Ti abbraccio. Paolo Sorrentino.

RISPOSTA DI MICHELE ANSELMI
Grazie per il tono gentile, Paolo. La rettifica è sfuggita non solo a me, a quanto pare, ma a parecchi siti di quotidiani e giornali. E magari Gabriele Salvatores ti è venuto dietro, minacciando di restituire l’Oscar, senza leggerla neppure lui. In ogni caso, quella “battuta” era stata detta a Radio2, in una trasmissione di Serena Dandini. Ho ascoltato in rete la registrazione: la frase, ampiamente ripresa dai mass-media, è stata espunta dalla sintesi ufficiale (si trova su: Video Rai.TV – #staiserena – #staiSerena 2.0 – video 02). Perché, se era una battuta? Saluti. Michele Anselmi

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