Chi ha paura della Hammer Films? Un saggio svela tutti i segreti dello storico marchio

Studio appassionato e rigoroso di un monumento del fantastico, A qualcuno piace l’horror – Il cinema della Hammer Films traghetta il lettore all’interno di un mondo di vampiri, mostri e astronavi con la competenza dello studio filologico e il trasporto della passione più pura. In libreria per
le Edizioni Leima, il volume di Stefano Leonforte mette nero su bianco la storia di una casa cinematografica che ha saputo cambiare per sempre i connotati dell’orrore su grande schermo attraverso registi come Terence Fisher e Freddie Francis o interpreti del calibro di Peter Cushing e Christopher Lee. Abbiamo parlato della grande epopea Hammer con l’autore del saggio.

A qualcuno piace l’horror – Il cinema della Hammer Films è una pubblicazione insolita per il nostro panorama editoriale. L’accuratezza della ricerca, l’approccio filologico, il confronto tra le diverse fonti disponibili fanno assomigliare il tuo studio più ad un lavoro di matrice anglosassone che italiano…

Ti ringrazio molto. Alle spalle del libro, infatti, ci sono tre lunghi anni di ricerche. Ho cercato di essere il più rigoroso possibile, fedele a un approccio filologico che, personalmente, considero la conditio sine qua non per ogni ricerca storiografica seria e credibile. Ancor più quando, come in questo caso, si abbracciano oltre trent’anni di storia e storie di cinema. Il modello a cui mi sono ispirato, in questo senso, è il favoloso saggio degli amici Paolo Albiero e Giacomo Cacciatore: Il terrorista dei generi. Tutto il cinema di Lucio Fulci.

Partendo dai testi classici, Hammer Films. An Exhaustive Filmography di Johnson e Del Vecchio fino all’imprescindibile Hammer & dintorni, sei riuscito a tracciare un percorso originale, in che modo hai proceduto?

Dato che l’obiettivo era quello di raccontare l’opera hammeriana in modo completo e accurato, ho iniziato compilando una corretta filmografia. Le insidie, cimentandosi con un così lungo periodo, sono sempre dietro l’angolo, così ho dedicato parecchio tempo a una ricerca su testi e documenti di archivio, restando in contatto con una curatrice del British Film Institute. In seguito ho stilato una scaletta che mi concedesse di coniugare ricostruzione storica e analisi critica dei filoni e dei singoli film che li costituiscono. Non volevo seguire l’approccio strettamente cronologico di Johnson e Del Vecchio, né, al contrario, limitarmi a blocchi di saghe o filoni da analizzare in modo “asettico”, insensibile cioè al contesto storico, sia esso generale o specifico, legato quindi a vicende interne la società Hammer, che aveva di fatto contribuito a partorirli. Di conseguenza ho optato per una via di mezzo. La ricostruzione storica si dipana cronologicamente lungo l’intero volume, fornendo una rigorosa spina dorsale allo studio, ma alcuni capitoli, penso ad esempio a quelli dedicati al cinema giallo e alle avventure preistoriche, deviano al contempo per abbracciare in modo esaustivo un dato filone. Per raccontare un’epopea come quella della Hammer, credo si tratti di una struttura ideale.

A chi è indirizzato il tuo libro?

A tutti gli appassionati di cinema, e in particolare di cinema popolare. I numerosi dettagli tecnici relativi alle edizioni britanniche e statunitensi, ma anche e soprattutto quelli che, per così dire, ho “scoperto” durante lo studio dei fascicoli censura all’Archivio Revisione Cinematografica della Direzione Generale per il Cinema di Roma, tra cui i tagli e gli alleggerimenti apportati alle edizioni per la sala e alle eventuali seconde edizioni televisive in Italia, potranno inoltre interessare chi, come me, considera imprescindibile lo studio e la ricerca dei cosiddetti “dati oggettivi”.

Come hai lavorato con l’editore Leima: pubblicare – in Italia – un libro di queste dimensioni su una casa cinematografica squisitamente inglese come la Hammer è indice di coraggio…

Sono pienamente d’accordo. Con Leima ho lavorato in modo fantastico, devo ringraziare l’editore e tutto il suo staff per l’entusiasmo, la passione e l’impegno, non solo economico, che hanno profuso nel progetto. In particolare la mia editor, Roberta Impallomeni, che ha creduto nel libro sin da quando le ho spedito in visione le prime bozze. Permettimi di aggiungere che, in un contesto come quello italiano, dove non solo la saggistica di cinema rappresenta un mercato di nicchia, ma dove persino la narrativa è ormai satura di libri auto-prodotti e di autori che non esitano a mettere mano al portafogli, l’aver incontrato un editore pronto a mettersi in gioco con un’opera così ambiziosa mi rende felice e orgoglioso.

A livello strettamente critico, perché i prodotti Hammer – mi riferisco al periodo strettamente horror inaugurato con La maschera di Frankenstein – hanno avuto un’accoglienza tanto burrascosa in Inghilterra?

È una vecchia storia. Spesso e volentieri, quando si trova di fronte a qualcosa di nuovo e spiazzante, la critica fa quello che le riesce meglio, ovvero “criticare”. E se il pubblico dimostra di apprezzare un dato film o un dato filone, ecco che si scaglia con una ferocia anche maggiore ergendosi a improbabile paladina del comune senso del pudore. Gli horror della Hammer rileggevano i miti della tradizione gotica in modo più esplicito che in passato, anche e soprattutto grazie all’uso del colore. Erano film di rottura, poco timidi nel mostrare dettagli che, se oggi possono quasi far sorridere, per l’epoca erano piuttosto forti. E gran parte della critica, in modo a dir poco avventato, si limitò quindi a liquidarli come ignobile spazzatura.

Qual è, a questo proposito, il momento in cui la reputazione della casa comincia a cambiare?

Di fatto, salvo alcune illuminate eccezioni, su tutte gli studi di David Pirie, non è mai cambiata, se non dopo il fallimento sul finire degli anni Settanta. Di lì in poi il cinema Hammer è stato riscoperto e rivalutato anche da buona parte della critica.

Tra i registi Hammer, Terence Fisher è quello più spesso accomunato al concetto di autore. Cosa lo distingue da un Freddie Francis o da un Roy Ward Baker?

Fisher ha diretto per la Hammer circa trenta pellicole di vario genere, plasmando più di ogni altro il versante fantastico della Casa. Nelle sue opere emergono sempre, o quasi, dei temi ricorrenti: il dualismo del Bene e del Male, il patetismo del mostro, una base morale di retaggio fiabesco, il tema del Doppio, l’approccio realistico al fantastico. Curiosamente, nel ciclo draculesco, sarà proprio un regista altrettanto solido e versatile come Roy Ward Baker a ribaltare il fantastico plausibile di Fisher, quando in Il marchio di Dracula introdurrà elementi metafisici che mai avrebbero incontrato il gradimento del collega.

Quali sono a tuo avviso i titoli Hammer imprescindibili, quelli che consiglieresti ad uno spettatore totalmente a digiuno?

La lista sarebbe davvero troppo lunga! Mi limito a consigliare cinque autentici gioielli: La vendetta di Frankenstein, Corruzione a Jamestown, Le spose di Dracula, La casa del terrore, L’astronave degli esseri perduti.

La Hammer Films è un marchio riconoscibile, quasi un nome-correlativo oggettivo di un certo tipo di orrore. Tra i registi contemporanei, quali credi siano i discepoli più diligenti della scuola dei Bray Studios?

Credo che l’idea di cinema propria dell’avventura hammeriana, così come quella di tante piccole, grandi realtà di genere, oggi, e lo dico con molta tristezza, non sia più replicabile.

L’ultimissima incarnazione della Hammer, con la produzione di titoli quali The Resident, Blood Story e The Woman in Black, è trattata in maniera sommaria. Puoi raccontarci il perché di questa scelta?

Confesso che mi riesce difficile accostare questa nuova Hammer alla storica Casa di Dracula il vampiro. Troppo tempo e troppe differenze, su tutte l’ovvia mancanza di quel ristretto gruppo di persone capitanato da James Carreras e Tony Hinds, separano queste avventure. Il nome è lo stesso, certo, ma non la sostanza. Sono film che risentono molto dell’estetica moderna, e questo è naturale, ma tanto basta, a mio parere, per allontanarli drasticamente dallo stile e dalla raffinatezza dei classici hammeriani. Posso dire però di aver apprezzato The Woman in Black, di cui a breve vedremo il seguito.

Qual è il coefficiente in più che distingue la Hammer dalla Amicus oppure dalla Tigon?

La consistenza e la straordinaria eterogeneità della produzione Hammer, così come la sua longevità, rappresentano senz’altro dei tasselli importanti nel paragone che mi proponi. Amicus e Tigon, inoltre, nascono negli anni Sessanta sulla scia del successo della Hammer, e pur non disdegnando sortite in generi diversi, si dedicano principalmente all’orrore e alla fantascienza, sia pure con uno stile e un taglio molto diversi rispetto alla loro ispiratrice. La Amicus, tanto per fare un esempio, si specializza in horror antologici ambientati in epoca moderna, come La casa che grondava sangue e Le cinque chiavi del terrore… Personalmente amo molto sia la Tigon che la Amicus, ma trovo che nessuna delle due sia riuscita a replicare con costanza la raffinatezza figurativa dei classici Hammer. Molti loro film sono ben girati e scritti con intelligenza, ma la cura e l’eleganza della messa in scena hammeriana rimangono a mio parere lontane.

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