I due volti di gennaio o i due volti della noia?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Verrebbe voglia di rubricarlo, alla maniera del mensile “Ciak”, sotto la testatina “Colpo di sonno”. Per quanto è noioso e ambizioso allo stesso tempo. Come certi noir che partono dal genere per inabissarsi nelle strettoie dell’esistenza. C’è di mezzo un romanzo della scrittrice texana Patricia Highsmith (1921-1995), sempre saccheggiata al cinema per le sue atmosfere ambigue e conturbanti: da “Delitto in pieno sole” a “Il talento di Mr. Ripley”, da “L’amico americano” a “Il grido del gufo”, da “L’alibi di cristallo” ad “Acque profonde”, solo per dire alcuni film tratti da suoi libri o sceneggiature.
Mancava “I due volti di gennaio”, ora ripubblicato da Bompiani. Hossein Amini, inglese di origine iraniana e già sceneggiatore di “Drive”, lo usa per debuttare alla regia, spiegando di averlo adottato perché «è scritto in modo un po’ generico, incoerente a volte, spesso illogico, ma in qualche modo la storia e i suoi personaggi imperfetti mi hanno colpito e non mi hanno più lasciato». Qualcosa del genere disse anche John Huston nel 1941, quando trasportò sullo schermo “Il falcone maltese” di Dashiell Hammett, affidando ad Humphrey Bogart il ruolo di Sam Spade. Ma il risultato fu diverso.
Del resto, ci sarà un motivo se il romanzo di Patricia Highsmith, considerato “minore”, ha aspettato tanto prima di essere trasposto al cinema. «Una storia è in grado di gestire due personaggi nevrotici, non tre» protestò infatti l’editore della scrittrice.
Il triangolo in questione ci porta nella Grecia del 1962, all’ombra del Partenone. Abiti chiari di lino, cappelli di paglia, alberghi eleganti, monili allusivi, fotografia arancione, e loro tre, americani in vacanza o in fuga da qualcosa. Chester e Colette MacFarland, ovvero Viggo Mortensen e Kirsten Dunst, sembrano felicemente sposati e piuttosto danarosi, quindi un po’ da spremere; Rydal Keener, ovvero Oscar Isaac, già folk singer in “A proposito di Davis”, è una guida turistica squattrinata e scaltra che si insinua lentamente in quel ménage matrimoniale, affascinato da entrambi i connazionali (lei è bella, lui paterno). Ma gli eventi prendono una piega sinistra. Chester non è l’uomo che dice di essere, ha truffato molte persone in patria e ora un investigatore privato, arrivato fin lì ad Atene dopo averlo seguito per tutt’Europa, è pronto a ricordarglielo. Ovviamente ci scappa il morto, sicché i tre scappano a Creta, dove il rapporto tra Rydal e Colette provoca la gelosia di Chester, allargando i contorni della tragedia. E intanto la sfida tra i due uomini si fa serrata, ognuno cerca di fregare l’altro, in vista dello showdown tutto sguardi e suspense, tra Hitchcock e De Palma, all’aeroporto di Istanbul.
Amini, che è uomo colto, spiega di aver pensato alla storia come a una sorta di triangolo amoroso con Teseo, Arianna e il Minotauro, sebbene l’epilogo ricordi un po’ il destino di Zeus e Crono, col figlio che deve uccidere il padre per diventare un uomo.
La mitologia greca funziona sempre bene al cinema, un po’ come Shakespeare, e non sta lì il problema del film. Che risulta piatto, tutto panorami assolati, vestigia archeologiche e bei vestiti, recitato pure maluccio, alla maniera degli anni Cinquanta, dai tre interpreti belli e carismatici. Magari è voluto il gusto rétro, tra citazioni e omaggi. Però si finisce di rimpiangere l’Anthony Minghella del “Talento di Mr. Ripley”, dove l’Italia da cartolina si nutriva almeno di una ferocia vera, autenticamente noir.

Michele Anselmi

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