Denzel Washington fa il giustiziere della notte (ma soffre un po’)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Lo ripete quasi come una litania, gentile ma ferma, magari pure a evitare rotture di scatole. «It’s a movie», insomma è solo un film, puro intrattenimento, non prendetelo alla lettera, in chiave ideologica. Maglietta blu Armani d’ordinanza e bicipiti in vista, Denzel Washington (pronuncia: Denzél), promuove in Europa il suo nuovo action-movie “The Equalizer – Il vendicatore” insieme al regista Antoine Fuqua. Neri entrambi, si conoscono dal 2001, quando girarono il fortunato “Training Day”. L’attore newyorkese, sessant’anni il 28 dicembre e due Oscar in tinello, è di quelli laconici, osserva incuriosito i cronisti e risponde a monosillabi, spesso sorridendo per spiazzare. Da qualche anno s’è specializzato in torve storie poliziesche, come il collega Liam Neeson, dove spara e spacca ossa, ogni tanto morendo pure lui sullo schermo, come in “Man of Fire – Il fuoco della vendetta” o “Safe House – Nessuno è al sicuro”. Del resto è alto 1 metro e 85, pratica la boxe da vent’anni, ha due spalle così e non gli piace usare le controfigure, almeno finché non diventa troppo rischioso.
Dice di sé: «Faccio sul serio il mestiere d’attore, ma senza prendermi sul serio. Il cinema è spettacolo popolare, bisogna lavorare sodo Voglio che il pubblico non pensi alle bollette quando viene a vedermi in un film. Già costa parecchio il biglietto». In genere gli fanno interpretare parti da eroe, meglio se tumefatto o desolato, ma confessa che «fare il cattivo, il bad guy, è più divertente, perché puoi sbizzarrirti». Ricorda con affetto l’amico regista Tony Scott, morto suicida, col quale ha girato cinque film: «Era un uomo generoso e un cineasta di talento, è molto triste il modo in cui ha deciso di andarsene». Si pente oggi di aver rifiutato, all’apice del successo, “Seven” e “Michael Clayton”, nei ruoli poi andati a Brad Pitt e George Clooney (e il caso vuole che con Clooney qui in Italia condivida il doppiatore Francesco Pannofino). Assicura che eventuali “seguiti” non si decidono a tavolino o per contratto: decide sempre il pubblico, e dopo decide lui, in base alla bontà del copione.
In “The Equalizer – Il vendicatore” è Robert McCall, ex agente della Cia a riposo che s’è rifatto una vita a Boston lavorando nei magazzini Wal-Mart. Un uomo tranquillo e solitario, maniaco dell’ordine, dalle ossessioni un po’ compulsive, che legge libri come “Il vecchio e il mare” di fronte a una tazza di tè nel solito bar, cercando di dimenticare la moglie morte, fors’anche un passato movimentato. Può durare? No, infatti quando un tizio della mafia russa massacra di botte la giovane prostituta Teri con la quale Robert scambia ogni sera qualche parola, senza secondi fini, ecco riproporsi l’anima del giustiziere tosto e imperturbabile. Impiega 19 secondi invece dei 16 previsti a fare una strage, e a quel punto, entrato nel mirino del boss Vladimir Pushkin, chiara l’assonanza con Putin, si ricomincia con l’andazzo glorioso.
«Ehi, vecchio, scommetto che non spingevi carrelli nel lavoro di prima» gli fa il collega di banco. «Indovinato» sibila lui.
Il film, nelle sale italiane dal 9 ottobre, è ispirato a una serie tv di fine anni Ottanta, prediletta da Oreste del Buono, che si chiamava appunto “The Equalizer”, da noi “Un giustiziere a New York”. Furono girate 88 puntate, mandate in onda da Raidue, e il raddrizzatorti aveva le sembianze un po’ “impiegatizie” di Edward Woodward. Si vede subito, invece, che Denzel Washington, pure rasato a zero e con sguardo impenetrabile, ha il fisicaccio giusto sotto quelle camicie a sacco.
Gli chiedono se il film non respiri l’aria del tempo, dalla tragica morte in Missouri di quel ragazzo nero per mano di un poliziotto ai rapporti sempre più tesi con la Russia. Lui fa spallucce, sospira appunto: «It’s a movie». Durante i 131 minuti della storia ammazza i cattivi con ogni mezzo: pistola, martello, filo spinato, sparachiodi, forbici, corrente elettrica, trapano, pezzi di vetro. Non sarà un po’ sadico il personaggio? «Ma no, è solo un film, finzione. C’erano tanti di quegli attrezzi da Wal-Mart, così abbiamo deciso di usarli in modo… bizzarro» scherza.
Insomma, avete capito. L’attore che sullo schermo fu Malcolm X, Rubin “Hurricane” Carter e il vero gangster Frank Lucas sdrammatizza l’uso della violenza che si fa in “The Equalizer – Il vendicatore”, e in fondo non si può dargli torto. «Il problema, semmai, esiste con i bambini, che rischiano di far confusione tra cinema, play-station e notiziari tv» suggerisce. Detto questo, Washington precisa: «Ognuno di noi sente l’istinto di pareggiare i conti, di prendersi una piccola vendetta. Ma non per questo bisogna usare la violenza. Se le persone, invece di odiarsi, si dessero una mano, tutto sarebbe più semplice». Non è proprio un pensiero profondo, ma c’è del vero. Intanto si prepara a indossare per la prima volta spolverino, cappellone, stivali, speroni e cinturone. Girerà, sempre con Fuqua, l’ennesimo remake dei “Magnifici sette”. Un cowboy-pistolero nero nel vecchio West. Un po’ come Danny Glover in “Silverado”, tanti anni fa.

Michele Anselmi

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