Un milione di modi per morire nel West. Ridere (sguaiatamente) nella Monument Valley

“Il cinema americano per eccellenza”. Così negli anni Cinquanta André Bazin definiva il western. E in quell’eccellenza va a pescare il più sfrontato dei comici americani: Seth MacFarlane. Colui che con I Griffin ha sfatato il “mito” della famigliola americana, dopo il debosciato Ted di due anni fa torna ora al cinema con Un milione di modi per morire nel West, un prodotto all’apparenza stupido, ma in realtà più sofisticato di quanto non sembri a prima vista.

Il terreno è davvero dei più scivolosi e impervi, poiché si va a toccare un genere “sacro” per gli americani. Seth MacFarlane ne fa sì una parodia, ma rispettandone tutti gli elementi portanti, mettendo in scena tutto il campionario: c’è la Monument Valley di John Ford (che vi girò ben sette film tra il ’39 e il ’64), la main road, il saloon con tanto di bordello interno (al piano superiore), lo sceriffo e i fuorilegge, gli indiani, ecc. E sin dal titolo pone al centro il tema di (s)fondo di ogni western: la morte. Quella morte che, celata o frazionata, è la vera costante di un western che si vuole definire tale. Nel West, per cause naturali o meno, c’è davvero un milione di modi di morire. E viverci, come più volte ripete lo sbarbatello cowboy protagonista, smitizzando decenni di mitopoiesi, “è un vero schifo”.

MacFarlane, dietro quella faccetta da teenager divertito da una battutaccia sul sesso (e nel film non mancano dozzine di volgarità verbali), va oltre i paletti che stringono un “genere” tra obbligatorio e proibito, contaminazione e combinazione, ma il risultato non è un anarchico e sovrabbondante mucchio selvaggio che rende satollo lo spettatore. MacFarlane è sì a più riprese comicamente spietato con la nostra pancia, ma con un sincretismo tipico dei dime novel e dei successivi pulp magazine, il suo film ha il sapore di un colorato e ordinato Wild West Show. Complice anche un montaggio che rende divertente anche lo sketch più banale, Un milione di modi per morire (dal ridere) nel West si dimostra un prodotto commerciale ispirato, che gongola nel genere, galoppando senza intoppi per quasi due ore piene.

Ovviamente è (anche) un film citazionista, che guarda a corsi e ricorsi che oggi sono must imprescindibili: ci sono citazioni da L’uomo che uccise Liberty Valance e dai titoli d’inizio de I magnifici sette, da John Wayne (che diventa addirittura un temine lessicale nel dialogo con gli Indiani) a Clint Eastwood (palesemente riecheggiato nel Clinch Leatherwood interpretato da Liam Neeson).

Le trovate originali sono molteplici. Ci limitiamo a segnalare la geniale intuizione sulla mancanza di persone sorridenti nelle foto di fine Ottocento. Ma è solo una delle tante che, mischiata a quanto detto, fa sì che inaspettatamente Un milione di modi per morire nel West valga qualcosa di più di un semplice dollaro d’onore.

Tommaso Tronconi
(Onesto e spietato)

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