Muore Aurelia Sordi. “Vestale” del fratello e raggirata dai domestici

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

«È stata come una vestale. Di sicuro l’angelo custode di Alberto. Ha consacrato la sua vita al fratello, specie dopo la morte dell’amata sorella Savina. Mi dava del lei e io le davo del voi, all’antica maniera romana». Carlo Verdone ha appena saputo della morte di Aurelia Sordi, 97 anni, sorella del celebre attore. I ricordi, non solo quelli mesti, si affollano. Ma non vuole parlare dell’amara vicenda che in questi ultimi mesi ha visto protagonista inconsapevole l’anziana donna, unica erede di un ingente patrimonio che supera i 13 milioni di euro; secondo gli inquirenti raggirata da Arturo Artadi, peruviano, storico autista e factotum di casa Sordi, e da un’altra decina di persone, tra personale domestico e avvocati compiacenti.
Incapace di intendere e di volere: così i periti avevano stabilito qualche mese fa, e purtroppo erano filtrati dettagli impietosi. Pare che “la signorina” non ricordasse età e giorno di nascita, che papa Wojtyla fosse polacco, neppure la professione del fratello (solo dopo varie insistenze aveva risposto: «Alberto era uno del cinema»).
Bruttissima storia, fatta di interdizioni varie, centinaia di migliaia di euro da restituire, donazioni mai chiarite. Circa quaranta parenti di secondo e terzo grado chiedono ora l’annullamento del testamento nel quale la donna lascerebbe tutto il patrimonio di famiglia alla Fondazione Alberto Sordi, nel cui consiglio direttivo siede anche Artadi. Il quale ha fatto sapere ieri: «È morta di dolore, dopo la mia partenza aveva smesso di mangiare e si rifiutava perfino di scendere dal letto».
Aurelia Sordi somigliava come una goccia d’acqua al fratello. «Avrebbe potuto essere una splendida moglie e madre di famiglia, ma per me ha rinunciato a tutto» diceva di lei Albertone. Il loro è stato un rapporto stretto, di dedizione reciproca. «Erano entrambi molto religiosi. E legatissimi, sin dall’infanzia, quando Alberto per un miracolo non restò ucciso da un’auto. Sul set di “In viaggio con papà” Alberto ogni sera telefonava alla sorella. Lei, restando nell’ombra, si occupava di tutto, anche dei vestiti» rievoca Verdone. «Aurelia prendeva le misure, sceglieva le stoffe, le portava dal sarto. Una presenza discreta ma vicina». L’attore morì stringendole la mano e sussurrandole «grazie».
I Sordi erano quattro fratelli: i maschi Alberto e Giuseppe, le femmine Aurelia e Savina. Soprattutto dopo la morte di Savina, la sontuosa villa di via Druso, all’inizio dell’Appia, piombò in una sorta di funerea penombra. Niente più cene con Sergio Amidei, Rodolfo Sonego e Piero Piccioni, niente più feste e proiezioni. Ci volle del tempo, grazie anche alle cure affettuose di Aurelia, appunto “la signorina” mai sposatasi, perché l’attore riaprisse le porte della dimora agli amici. Quella casa era il regno di Aurelia. Acquistata nel 1958 da Sordi per 80 milioni di lire, era stata abitata durante il Ventennio dal gerarca Dino Grandi e per un po’ aveva fatto gola anche a Vittorio De Sica, ma un debito di gioco lo aveva privato di liquidità, lasciando mano libera all’amico attore, lesto a chiudere l’affare.
«È rimasto tutto uguale, senti ancora la sua presenza tra queste mura» confessa Verdone nel bel documentario “Alberto il Grande” realizzato insieme al fratello Luca nel 2013. In punta di piedi l’attore si inoltra in quella stanze, dove fu ammesso per la prima volta nel 1982, per preparare “In viaggio con papà”. A un certo punto appare Aurelia: forse un po’ svanita, ma sempre lei, premurosa e burbera insieme. Un’autentica vestale di Roma.

Michele Anselmi

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