The Judge: due Robert da applauso (Duvall e Downey Jr.) e un processo di famiglia

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Finalmente un film all’antica hollywoodiana, di quelli che segui senza guardare l’orologio anche se dura 140 minuti. Una storia di famiglia, tra conflitti, passioni, rancori, riappacificazioni, figli, amanti e nipoti, con un processo per omicidio di mezzo, il che non guasta mai sul piano della suspense. Come se Tennessee Williams incontrasse John Grisham. Esce il 23 ottobre “The Judge” ed è un piacere vedere come duellino sullo schermo il cinquantenne Robert Downey Jr. e l’ottantatreenne Robert Duvall nel dramma a sfondo processuale cucito addosso a loro dal regista David Dobkin.
«Questa famiglia è un dannato quadro di Picasso» sentiamo in una delle prime scene. Ma sappiamo che prima o poi le cose cambieranno. Robert Downey Jr. , mollate le corazze di Iron-Man, è uno spregiudicato avvocato di Chicago, tal Hank Palmer, di quelli che salvano i ricchi colpevoli. «Costo troppo per gli innocenti» gli piace ripetere. Robert Duvall è suo padre, Joseph Palmer, un giudice all’antica, probo, inflessibile, repubblicano, che esercita da 42 anni nella cittadina di Carlinville, cuore dell’Indiana. I due non si vedono da anni, anzi si detestano cordialmente, finché al giovanotto in Ferrari e con matrimonio in crisi, durante un’udienza, non arriva una notizia ferale: è morta la mamma, infarto. Il ritorno al paesello per i funerali dovrebbe essere cosa di poche ore, giusto il tempo di rivedere i due fratelli, il padre tirannico chiamato “Il Giudice” anche in famiglia, una fidanzata di gioventù. Invece la situazione precipita: il vecchio Palmer forse ha investito di notte sotto la pioggia un pregiudicato che aveva spedito in galera per vent’anni. Lui non ricorda nulla. Vero? Falso? Solo quel disinvolto figlio “principe del Foro” può aiutare il ruvido patriarca a non finire in galera.

Downey Jr. e Duvall, il primo anche co-produttore del film, sono volati a Roma nel quadro di un tour promozionale. “The Judge” è partito maluccio in patria, appena 13 milioni di dollari nel primo week-end, a fronte di un budget di 50, quindi l’Europa è un mercato da coltivare con cura. Nella finzione Duvall si toglie una decina d’anni per risultare credibile come padre di quell’avvocato elegantone e moralmente flebile. Downey Jr., tornato saldamente nelle grazie di Hollywood dopo i giorni della droga e dell’alcol, si tinge un po’ i capelli, ma è perfetto nel ruolo dell’ex scavezzacollo che ha fatto carriera e soldi difendendo i corrotti lontano dalla natia Carlinville. Classico scontro di mentalità, di culture, di abitudini.
«Per me questo film. è stato un’opportunità. Volevo tornare alle radici classiche della recitazione, vedere se riuscivo ancora a suscitare emozioni, come a teatro» confessa Downey Jr. «Nel fuoco degli eventi il mio Hank subisce una pressione tremenda. Quando è sicuro di avere ragione nessuno lo ascolta; quando dubita, tutti si rivolgono a lui per avere delle risposte». L’attore ringrazia la Warner Bros per aver finanziato “The Judge”, magari in cambio di un terzo episodio di “Sherlock Holmes”; e intanto annuncia altri progetti con la sua nuova casa di produzione: un “Pinocchio” non meglio definito da girare in Italia, un remake di “Perry Mason”, forse l’avventuroso “Yukatan” da una vecchia idea di Steve McQueen (l’attore). «C’è spazio, anche a Hollywood, per i film che toccano i cuori, il pubblico non vuole solo azione ed effetti speciali» aggiunge Downey Jr, sotto lo sguardo un po’ scettico del veterano Duvall. Che serba un affettuoso ricordo di Massimo Troisi e delle chiacchierate di calcio sul set “Hotel Colonial”, «un film orribile purtroppo». L’attore parla con simpatia di Giovanni Grasso, uno scomparso attore dialettale siciliano conosciuto da qualche parte. Soprattutto ringrazia l’Italia «per come si mangia».
Per interpretare quel giudice, ispido anche quando una malattia terminale lo espone a situazioni penose, pare sia stato preferito a Tommy Lee Jones e Jack Nicholson. «Joseph Palmer preferirebbe andare in prigione che perdere l’onore. Vuole essere ricordato come un uomo retto, che ha aiutato la gente e protetto un’ideale di giustizia» spiega l’attore. Il quale, nonostante l’età, appena può corre a girare qualche western a cavallo, come “Broken Trail” o il recente “A Night in Old Mexico”.
Tra riferimenti all’Alzheimer di cui fu vittima il presidente Reagan e strizzatine d’occhio al cantante country Willie Nelson che intona sui titoli di coda “The Scientist”, il film mantiene le promesse. Intreccia scenate e arringhe, ritorni di fiamma e confessioni acri, fino all’inevitabile epilogo. Doppiati da Luca Ward e Dante Biagioni, i due attori in cartellone si fronteggiano sullo schermo sfoderando i trucchi del mestiere, ma la recitazione non appare una gara di bravura, i personaggi sono più forti della retorica insita nella storia, la lacrima non è ricattatoria. Dice il regista quarantacinquenne David Dobkin: «Adoro film così. Storie su persone vere recitate da star carismatiche. È come se venissero da un’altra epoca». Vero.

Michele Anselmi

Lascia un commento