Il “Festaval” di Roma vuol far ridere. Ma Soap opera non vale un’apertura

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Non che un festival di cinema si giudichi dal film d’inaugurazione, ci mancherebbe. Però. Poco più di un mese fa la Mostra di Venezia aprì le danze con “Birdman” di Alejandro González Iñárritu; il nono Festival di Roma è partito invece con “Soap Opera” di Alessandro Genovesi, drammaturgo, ex attore e cineasta alla sua terza regia dopo “La peggior settimana della mia vita” e “Il peggior Natale della mia vita”. Il direttore uscente Marco Müller, parlando di «virata decisa» in chiave festosa-popolare, lo definisce «un film eccentrico che si riallaccia alla stagione fervida della commedia italiana». Sarà.
Naturalmente ogni giudizio è lecito, e si può capire Giampaolo Letta, amministratore delegato di Medusa che distribuisce “Soap Opera” dal 23 ottobre in 450 copie, quando ringrazia il Festival capitolino «per l’atto di coraggio» dimostrato. Ci voleva coraggio, in effetti, ma non in quel senso. Non a caso in molti giovedì 16 mattina, al di là degli applausi insistiti e di qualche fischio isolato, si chiedevano se la scelta non fosse un po’ di basso profilo. È pur vero, come ricorda il direttore sinologo, che ogni edizione fa storia a sé; ma basta sfogliare i vecchi cataloghi per riesumare qualche titolo: “Fur” con Nicole Kidman, “Elizabeth – The Golden Age” con Cate Blanchett, “Triage” con Colin Farrell, “The Lady” di Luc Besson…
La verità? La cine-kermesse quirite, nata come Festa nel 2006 per volere del sindaco Veltroni, diventata Festival per i capricci di Alemanno e ora tornata un po’ Festa con Marino, anzi “Festaval” come neologizza Müller, non trova pace. A fine anno, in vista del decennale del 2015, si rifarà lo Statuto per mandare a casa il cda presieduto da Paolo Ferrari che fu scelto dal centrodestra e permettere così l’ingresso ufficiale del ministero ai Beni culturali, già impegnato, un po’ di nascosto, con 1 milione di euro; e intanto attorno al Festival si sono riaperti i giochi politici, in un clima da ultima spiaggia, per la serie: urge progetto. E se invece chiudessimo la baracca?

Sul tappeto rosso all’ingresso dell’Auditorium è transitato giovedì pomeriggio attorno alle 18, tra battimani dei curiosi e flash dei fotografi, l’affollato cast di “Soap Opera”. C’è stato anche un ridicolo siparietto tra Gabriele Lucci delle “Iene” e Valeriona Marini. Subito dopo la “madrina” del Festival Nicoletta Romanoff ha pilotato la cerimonia d’apertura prima della proiezione ufficiale, naturalmente punteggiata da applausi calorosi. Da qui alla fine sfileranno, tra gli altri, Clive Owen, Richard Gere, Rooney Mara, Kevin Costner, Benicio Del Toro, Wim Wenders, Joe Dante, e così il lato “glamour” è garantito; mentre venerdì 17, dopo un antipasto un po’ confuso nel quale ha parlato di «resurrezione», toccherà all’ottantunenne Tomas Milian, appena sbarcato da Miami con una bella barba bianca per ricevere il Marc’Aurelio Acting Award, il compito di chiacchierare a ruota libera col pubblico di sé, di Cuba, di Monnezza, del suo cinema alto e basso.
Quanto a “Soap Opera”, il titolo è da intendersi in senso lato, generico, come contenitore di intrecci sentimentali e risvolti drammatici, con una buona dose di risate e un profumo di pochade. Insomma, non ci sono altre puntate. «Tutto finto nella scenografia, tutto realistico, quasi naturalistico, nella recitazione» dice Genovesi, al quale non piace granché «il mondo che c’è là fuori» e quindi se lo reinventa in teatro di posa. Un po’ come accade in “La Buca” di Ciprì, il regista milanese immerge i suoi personaggi in un contesto atemporale, elegante e buffo, volutamente irreale. Fuori nevica, dentro la palazzina, addirittura fotografata in sezione, senza i muri di facciata, come faceva Wes Anderson con la nave di “Le avventure acquatiche di Steve Zissou”, si intrecciano passioni, lutti, meschinità e amorazzi. I modelli estetici? Anderson appunto, poi Michel Gondry, Spike Jonze, forse Jeunet & Caro. Genovesi è quello di “Happy Family”, adora gli arredi di buon design, le antiche carte da parati, le Porsche vintage, “No, je ne regrette rien” di Edith Piaf, gli abiti bizzarri o d’antan, con una punta di spirito surreale riscaldato da una bella fotografia a 35 mm molto colorata.
«Dio quante emozioni!» sussurra a un certo punto Chiara Francini, qui burrosa attrice di una fortunata soap in costume settecentesco, che scandisce sullo schermo la battuta più citata all’Auditorium e messa su Twitter: «Non sono io che sono brava, sono le altre che sono cagne». Otto i personaggi attorno ai quali ruota la commedia degli equivoci: Fabio De Luigi fa il cascamorto con tutte, annoiandosi a letto, ma ama ancora Cristiana Capotondi che aspetta un figlio da un altro; Ale & Franz sono due gemelli bisbetici, proprietari dello stabile, sempre vestiti allo stesso modo; Ricky Memphis ha una moglie partoriente ma sente un prurito omosex che risale dall’infanzia; l’intrigante Elisa Sednaoui è appena arrivata da Parigi perché un suo ex s’è suicidato; Diego Abatantuono è un tronfio carabiniere col pennacchio che indaga maluccio ma sa come soddisfare a letto la star di cui sopra, fissata con le divise.
Echeggiano battute del tipo: «Hai un preservativo?». «No, li ho finiti, ma ho del Domopak». Fate voi. Però Anselma Dell’Olio interviene addirittura in conferenza stampa per informarci che a lei di “Cinematografo”, la trasmissione tv di Gigi Marzullo, e a Mariarosa Mancuso del “Foglio” il film «è molto piaciuto, perché ci ha regalato tante risate di prima mattina». Siamo a posto, allora, abbiamo la linea.

Michele Anselmi

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