Festival di Roma: Maverick Director Award a Takashi Miike

Roma premia Takashi Miike, ormai di casa nella Capitale (nel 2012 era in competizione ufficiale al Festival diretto da Müller con Il canone del male e l’anno successivo con Mogura no uta – The Mole Song: Undercover Agent Reiji e fuori concorso con Blue Planet Brothers), con il Maverick Director Award. Il premio è dedicato ai cineasti che hanno sempre operato “fuori dagli schemi” e Miike ci pare meritarlo ampiamente.
È un artista poliedrico, adora mischiare i generi, e davvero prolifico: otto film in quattro anni, due in arrivo nei prossimi mesi. Uno dei quali proiettato in anteprima proprio durante la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma: Kamisama no iutoori (As the Gods Will). La storia è tratta da una serie manga per ragazzi molto nota in Giappone, ambientata tra i banchi di scuola. E per Miike non è insolito gettare il suo sguardo dissacrante e talvolta compiaciuto sulla realtà scolastica. Shun Takahata è un liceale annoiato dalla monotonia della sua vita. Un giorno, una bambola Daruma (si tratta di figure votive tradizionali giapponesi che rappresentano il monaco indiano Bodhidharma, uno dei patriarchi del buddhismo) appare in classe annunciando l’inizio di un gioco che costringerà gli studenti a superare prove che li terranno in bilico tra la vita e la morte…

L’altra nuova pellicola alla quale sta lavorando, dallo scorso aprile, è Yakuza Apocalypse, un fantasy-horror-yakuza condito da litri di sangue e azione. Miike, adorato da milioni di giovani spettatori in tutto il mondo per lo stile innovativo e provocatorio, estremo e ironico delle sue pellicole, ha toccato nella sua sterminata filmografia tutti i generi ricomponendoli in mix imprevedibili e spiazzanti. Considerato da Quentin Tarantino “uno dei più grandi cineasti viventi”, discepolo di Imamura Shōhei, dall’esordio del 1991 ha riscritto le regole del cinema popolare giapponese, dando vita a un universo ricco di emozioni violente e contraddittorie tutte in grado di cogliere, con occhio critico e preciso, ossessioni e manie del mondo nipponico. Nella sua carriera, quasi un centinaio di titoli: Audition (1999), capofila dei suoi horror, con l’inconfondibile approccio brutale e privo di censure e moralismi fu definito “estremo” dallo stesso Marilyn Manson. Segue il filone degli yakuza movie da Fudoh: The New Generation (1996) alla trilogia di Dead or Alive (1999-2002) all’ultraviolento Ichi the Killer (2001) per citarne solo alcuni. Con Sukiyaki Western Django (2007), dà una sua irriverente versione del western all’italiana. In 13 assassini (2010) e Hara-Kiri: Death of a Samurai (2011), compie un salto nella tradizione del jidaigeki, il cappa e spada giapponese: qui amore che genera vendetta e giustizia che genera violenza.

Francesca Bani

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