Leopardi: è rinata un star con Martone, ma per favore non citate Kurt Cobain, Mozart e Pasolini

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Poco più di un mese fa, alla Mostra di Venezia: anche chi s’era preparato da giorni allo sfottò rumoroso, insomma al fischio, al “buuu”, allo sberleffo, alla fine è stato zitto. Il verso «Sempre caro mi fu quest’ermo colle» arriva al cinquantesimo minuto del film, su quasi 140, e bisogna dire che Elio Germano, che fa Giacomo Leopardi, in quella scena ancora rinchiuso nella prigione dorata di Recanati, azzecca il tono giusto: non declama “L’Infinito”, non cerca la dizione profonda e teatrale, semmai fa erompere dalla malinconia insinuante del poeta, già ripiegato su se stesso anche fisicamente, il senso di quei versi universali, immortali. Ricordate come finisce la poesia? «E naufragar m’è dolce in questo mare».
Bravo Mario Martone, che non naufraga portando sullo schermo la vita di Leopardi, e anzi, dopo “Noi credevamo”, riscrive al cinema un’altra pagina del nostro Ottocento, così poco frequentato al cinema. Se lì era il Risorgimento mazziniano a occupare la scena, tra luci e ombre e qualche forzatura anti-piemontese, qui è la vita di Leopardi ad animare il quadro in costume: offrendo del poeta marchigiano un ritratto originale, fresco, ma non indebito, a partire dal titolo, “Il giovane favoloso”, preso in prestito da uno scritto di Anna Maria Ortese.
«Ciò che mi affascina di Leopardi è il pensatore ribelle, ironico, socialmente spregiudicato. Quella che a tanti sembra la monotonia di un gobbo triste a me pare una vita straordinaria, intensa» ha spiegato Martone, assimilando il poeta a Mozart, Schubert, addirittura a Kurt Cobain, e qui magari esagera, come quando tira in ballo – ma perché lo fa? – Pasolini, già sfregiato dal filmaccio di Abel Ferrara. «Lo studio matto e disperatissimo» che fece del marchigiano una sorta di bambino prodigio, allevato sotto lo sguardo occhiuto del padre tiranno, il conte Monaldo, si trasforma via via nel racconto, tra Recanati, Firenze, Roma e infine Napoli, di un’infelicità, profonda, esistenziale, anche filosofica, che sarà interrotta nel 1837, a soli 39 anni, da una morte ampiamente prevista. «Leopardi sa, con molto anticipo su Proust o Beckett, che solo la radicale esperienza di se stessi consente la partita con la verità» aggiunge il regista. Il film, scritto dal regista con la sua compagna Ippolita Di Majo, non cerca l’aneddoto leopardiano, anche se è molto preciso nel tracciare dettagli, situazioni, momenti, dilemmi. Se non fosse per un uso sconsiderato della musica, troppa e punteggiata da incongrue atmosfere elettroniche con tanto di testi in inglese, “Il giovane favoloso” sarebbe perfetto, a suo modo anche un po’ “rosselliniano” come va di moda dire oggi: capace cioè di fare buona divulgazione culturale senza rinunciare a un’alta cifra stilistica, offrendo cioè un punto di vista non banale su quello che a Napoli chiamavano “o’ ranavuottolo”, il ranocchio.
Si chiude con “La ginestra”, detta da un Leopardi devastato, ormai prossimo alla fine, dopo l’eruzione del Vesuvio vista da Torre del Greco. E davvero si resta come ammutoliti da tanta bellezza, dal suono di quelle parole-testamento, dal sentimento che le innerva. Che sia stato o no un meteorite precipitato per caso nell’Ottocento come sostiene Cesare Garboli, Leopardi appare, nella prospettiva di Martone, in tutta la sua indefinibile modernità. Alla faccia di quel Niccolò Tommaseo che ghigna in una scena fiorentina: «Nel Novecento di lui non resterà nemmeno la gobba». Come sbagliava…
La narrazione ampia, distesa, disseminata di citazioni dalle “Operette morali” inserite nei dialoghi, serve a Martone per introdurre lo spettatore nel mondo interiore e poetico di Leopardi, nell’infelicità che la gracilità fisica e la progressiva deformità forse spiegano solo in parte. Di fronte alle utopie rivoluzionarie, il poeta, che pure odia «la vile prudenza», riflette scettico: «Masse felici composte da individui infelici?». Non è reazionario o pessimista, Leopardi, e nemmeno così mangia-preti, benché cresciuto nel cuore dello Stato pontificio; semmai detesta l’insensatezza dell’infanzia recanatese, specie dopo la morte dell’amata dirimpettaia. E chissà se disse davvero, ben prima di Califano, che «tutto il resto è noia».
Elio Germano si cuce addosso il poeta di “A Silvia” con l’aria di chi ha studiato molto e poi s’è affidato all’istinto, senza reverenze, osando. «Non mi sono sentito intimidito, in fondo di Leopardi esistono poche immagini. Mi sono fatto carne, voce e fisicità, ho provato a essere un tramite: scrittura e inchiostro» teorizza l’attore. Nel corso del film la sua schiena lentamente si incurva, la camminata si fa disarticolata, tra piaghe sul torso e dolori agli occhi. Forse troppo. Eppure la prova estrema non sprofonda nella gigioneria, Leopardi resta un uomo, non un “freak” geniale con cilindro e bastone. Alla riuscita del film, benissimo fotografato da Renato Berta, contribuiscono gli attori, tutti intonati al costume nei gesti e nelle voci: Massimo Popolizio è il padre Monaldo, Michele Riondino l’amico sciupafammine Ranieri, Anna Mouglalis la vagheggiata Fanny, Valerio Binasco l’affettuoso maestro Pietrio Giordani, Isabella Ragonese la sorella Paolina. “Il giovane favoloso” è uscito il 16 ottobre, targato Palomar e Raicinema, e sta incassando bene (200 mila euro nei primi due giorni non è poco). Le Marche hanno finanziato per quasi 2 milioni di euro, benché per tutto il tempo Leopardi dica peste e corna del natio borgo selvaggio di Recanati. Ma sono soldi ben spesi: fanno dimenticare lo spot con “L’Infinito” detto malissimo da Dustin Hoffman e l’atroce inno regionale composto da Giovanni Allevi.

Michele Anselmi

Lascia un commento