Addio Lilli Carati: Il corpo della ragassa e una vita da eroina

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Non sembri irrispettoso. La sua prova migliore, tragicamente incisa sulla propria pelle, il viso ancora luminoso e mobile, la voce intensa così diversa da quella fasulla del doppiaggio, risale al 1994, quando Lilli Carati rilasciò un’intervista a Rony Daopoulos per la serie Rai “Storie vere”. Titolo: “Lilli, una vita da eroina”. Nel senso della droga, la sostanza malefica e inebriante che l’aveva portata a un passo dalla morte, nel 1988, dopo un arresto a Luino, un fermo a Savona e un tentativo di suicidio per fortuna riuscito a metà (tre mesi bloccata a letto dopo essersi buttata da un balcone).

Al secolo Ileana Caravati, nata a Varese da famiglia piccolo borghese, l’ex attrice è morta martedì 21 ottobre a 58 anni, uccisa da un tumore al cervello che l’aveva devastata progressivamente. Fu un’icona sexy, se proprio vogliamo sintetizzare secondo la vulgata giornalistica, e certo una certa commedia italica più o meno scollacciata la utilizzò ampiamente a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, prima del tracollo, con digressioni nel soft-porno e successiva discesa nell’hard, per pagarsi la “roba”.

La ruspante Teresina Aguzzi del “Corpo della ragassa” di Pasquale Festa Campanile, nel 1979 tratto dall’omonimo romanzo di Gianni Brera, in pochi anni si era rovinata a causa della droga. Erba, cocaina, infine eroina, prima sniffata e poi in vena, anche 5-6 grammi al giorno. Lei pensava di reggere quelle dosi da cavallo, le servivano «per vincere ansia e disagio», disse; ma già all’epoca di “Qua la mano” accanto a Celentano, 1980, quasi tutti nell’ambiente s’erano accorti della maledetta dipendenza. Nel 1981, ospite in tv, apparve stordita, stralunata, persa. Una figura imbarazzante, a rivederla oggi.

«Razza padana, chiappa sovrana» commenta il voglioso pigmalione Ulderico Quario, incarnato da Enrico Maria Salerno, nell’incipit del “Corpo della ragassa”. In effetti, Lilli Carati era proprio bella: una nipotina della Mangano di “Riso amaro”, ma più sfrontata e ingenua, i capelli raccolti, gli abiti di lana, le gambe semi aperte sopra l’Ape guidata dal contadino Renzo Montagnani. Il suo primo film, dopo un secondo posto a “Miss Italia” e un contratto settennale con Franco Cristaldi, l’aveva girato nel 1975: “Di che segno sei?”. Non memorabile, come gli altri del resto, una ventina in tutto, alcuni rivalutati in chiave stracult dall’amico Marco Giusti, tra i quali “La compagna di banco”, “Poliziotto sprint”, “Le evase”, “Avere vent’anni”, “Senza buccia”, “Magic Moments”.

Mora, seno di misura normale, sedere notevole un po’ gazzella esotica, labbra carnose e occhi penetranti, Lilli Carati finì per qualche tempo nell’empireo delle fanciulle più desiderate dai maschietti italiani: al pari di Gloria Guida, Femi Benussi, Lory Del Santo, Nadia Cassini, Jenny Tamburi, Barbara Bouchet, naturalmente dell’inarrivabile Edwige Fenech. Poi neanche l’eroina, iniettata in quantità sempre maggiori, l’aiutò più a recitare. A salvarla furono tre anni nella comunità siciliana “Saman” fondata da Mauro Rostagno.

In quell’intervista del ‘94 Lilli Carati appare finalmente pacificata con se stessa, lucida nel raccontarsi senza alibi, quasi straziante quando parla di quei cinque porno, il primo con Rocco Siffredi, girati l’uno di seguito all’altro: tre giorni di lavoro, in una sorta di “trance” fisica, per un sacco di soldi destinati solo all’eroina. “Una moglie molto infedele” si trova facilmente su Youtube: e non è un gran bel vedere, si prova quasi vergogna a spiarla su quel set, oggi che è morta.

Nel 2008 tornò in tv, da Alda D’Eusanio, per una sorta di bis. Composta e schietta, da tempo senza fidanzati, di nuovo accudita dai genitori. Il passato nel cinema la lasciava del tutto indifferente. Tre anni dopo, nel 2011, sarebbe dovuta tornare su un set per un thriller di Luigi Pastore, “La fiaba di Dorian”, ma non fu possibile. E forse è meglio così.

Michele Anselmi

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