Ritorno a L’Avana secondo Cantet. Che diranno i filo-castristi di casa nostra?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Recita un detto cubano, caro agli oppositori di Castro: «Mejor Batista con sangre que Fidél con hambre». Meglio Batista col sangue che Fidél con la fame. Sarà vero? Certo fa impressione ascoltare in “Ritorno a L’Avana” che nel cosiddetto periodo speciale, dopo il crollo del Muro e il dissolversi dell’Urss, a Cuba «le bistecche si facevano con le scorze dei pompelmi». Gran film del francese Laurent Cantet, il regista di “Risorse umane”, questo “Ritorno a L’Avana”, il cui titolo originale suona più suggestivamente “Retour à Ithaque”, nel senso metaforico di Itaca, l’isola di Ulisse. Un peccato che la Mostra veneziana non l’abbia preso in concorso, vista la qualità deludente della compagine transalpina; in compenso, dopo aver vinto le Giornate degli autori, giovedì 30 ottobre esce targato Lucky Red in una sessantina di copie.

Sarebbe bello che fosse visto con animo sgrombro da pregiudizio anche da chi a casa nostra, come Gianni Minà, Oliviero Diliberto, Jovanotti e Zucchero, continua a mitizzare la rivoluzione castrista come fulgido esempio di utopia socialista realizzata. Anche perché Cantet non è certo cineasta di destra, tanto meno il co-sceneggiatore e scrittore 59enne Leonardo Padura, considerato in Europa una sorta di “Céline cubano”. «La difficoltà di esserci e l’impossibilità di essere altrove»: questo per Cantet, ieri volato a Roma, il cuore emotivo del suo film, di impianto teatrale, con cinque personaggi principali e tre comprimari, quasi tutto girato su una terrazza sgarrupata sul lungomare Malecón.

Che Cuba sia oggi più permeabile alle novità e meno soffocata dall’ideologia lo dimostra un semplice fatto: il film non ha patito boicottaggi o censure, vi hanno lavorato tecnici locali e si vedrà a dicembre al Festival dell’Avana. Conferma Cantet: «In effetti, s’è aperta una stagione di maggiore libertà di parola, pensiero. Raúl Castro sta operando una transizione lenta, ma spero costante, per evitare che le cose vadano come in Unione Sovietica. D’altro canto, la coesione del gruppo, la nostalgia per gli ideali di giustizia, le delusioni generazionali che si accumulano… be’ sono temi sempre universali».
Così in una chiave un po’ da “Grande freddo”, ma riveduta e corretta in salsa cubana, senza funerale di mezzo, assistiamo al ritrovarsi di cinque amici, uno dei quali, Amadeo, è stato per tre lustri esule a Madrid. Perché fuggì senza salutare nessuno? Perché non è tornato quando la moglie moriva di cancro? Perché ha deciso di restare pur rischiando?
L’uomo, scrittore di talento, in Spagna non è riuscito più a scrivere nulla, provato dalla nostalgia, dal senso di vuoto. Non se la passano meglio gli altri quattro: Rafa ha smesso di bere ma anche di dipingere una volta finito nel mirino dell’occhiuto regime; Tanía è un’oculista che fatica ad andare avanti, i figli sono volati via, era bella, corteggiata, oggi sfodera labbra rifatte; Aldo, l’unico di colore, era un castrista convinto, andò a combattere in Angola, ora assembla batterie con materiali di risulta mentre il figlio consumista pensa solo a scappare a Miami; Eddy sembra il più risolto, ha soldi, gira per il mondo, lavora per un’impresa importante, ma forse ha falsificato i bilanci e potrebbe essere arrestato.
Dal pomeriggio assolato all’alba successiva, i cinque disastrati reduci – incarnati da ottimi attori, per lo più sconosciuti in Italia, a parte Jorge Perugorría di “Fragola e cioccolato” – provano a ritrovare se stessi, ascoltando le canzoni romantiche di Serrat, ripensando a quando si illudevano di «scrivere la Storia», a quando credevano o volevano credere al mito rivoluzionario dei barbudos, a quando pativano ascoltando i Beatles di nascosto. Rabbia, confessioni, rimorsi, rimpianti, invettive e lacrime, una maglietta Lacoste e una busta di Lavazza, infine la rivelazione cruciale di Amadeo: che spiega molto se non tutto, e darà un senso, vero, a quel ritorno a L’Avana.

Michele Anselmi

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