Trovato accordo, 40 anni dopo sarà finito The Other Side of the Wind di Orson Welles

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Lo scoop del “New York Times” ha fatto subito il giro del mondo e riacceso gli entusiasmi cinefili. “Hollywood Ending Near for Orson Welles’s Last Film” recita il titolo dell’articolo da Parigi. Insomma, dopo circa quarant’anni, infinite battaglie legali e tentativi abortiti, troverà una forma compiuta l’ultimo incompiuto ultimo film di Orson Welles: “The Other Side of the Wind”. Almeno si spera, perché queste operazioni di rado funzionano. Il falstaffiano regista di “Quarto potere” cominciò a girarlo nel 1970, subito dopo aver ricevuto un tardivo Oscar tardivo alla carriera, e andò avanti per anni, tra intoppi sul set e soldi esauriti. Soltanto nel 1975 riuscì a montarne 45 minuti. Poi tutto si complicò ulteriormente e lui ripartì esausto da Parigi. Ben 1.083 bobine di negativi finirono un deposito alla periferia della città.
La guerra sembra ora finita. La Royal Road Entertainment, produttrice di svariati film indipendenti, ha raggiunto finalmente, dopo cinque anni di trattative, un accordo con gli eredi del regista, cioè la compagna croata Oja Kodar e soprattutto la di lui figlia Beatrice, nonché con la società franco-iraniana Le films de l’Astrophore, all’epoca pilotata da tal Mehdi Boushehri, cognato dello Scià di Persia, insieme alla produttrice Dominique Antoine. L’idea è di riprendere in mano il film mai finito in tempo per presentarlo a Hollywood, in una serata di gala, il 6 maggio 2015, centenario della nascita di Welles, e poi distribuirlo nelle sale. Il giorno prima uscirà il corposo volume “Orson Welles’s Last Movie” di Josh Karp; il quale, intervistato dal quotidiano newyorkese, non adotta di sicuro un profilo basso in merito alla faccenda: «È come aver ritrovato il Mondo di Oz o un’antica tomba perduta. Arte che imita la vita e viceversa. Quel film è diventato così mitico a causa degli infiniti fallimenti, dei tentativi di finirlo, degli artisti coinvolti».

E già, perché sulla parola e sulla stima, grandi figure del cinema come John Huston, Susan Strasberg, Norman Foster, Joseph McBride, Peter Bogdanovich, la stessa Oja Kodar, e diversi registi nel ruolo di se stessi, da Claude Chabrol a Dennis Hopper e Paul Mazursky, parteciparono al progetto, quanto mai ambizioso, al punto da essere definito «”l’8 ½” di Welles, una meditazione sull’arte, Hollywood e il mestiere del cinema». In buona misura è la storia di un vecchio regista, tal J:J: “Jake” Hannaford, ormai sul viale del tramonto, che sta per girare un film a basso costo, pieno di nudi, simbolismi, violenze, provocazioni. Benché dichiaratamente macho e ritagliato un po’ sulla figura di Hemingway, il cineasta sembra essere percorso da una pulsione omosessuale nei confronti dell’attore protagonista. E la sua morte, per via di un incidente d’auto, dà il via al racconto, anche ironico e d’ambiente.
All’origine della sceneggiatura, firmata da Welles con la stessa Kodar, oggi 73enne, pare ci fosse un burrascoso incontro giovanile tra il regista e lo scrittore, risalente al 1937. Welles aveva trattato Hemingway, pure gran bevitore di whisky, come «uno di quegli effeminati ragazzi di teatro»; per tutta risposta Hemingway gli aveva tirato addosso una sedia. I due vennero alle mani, poi ci bevvero sopra e nacque una specie di amicizia
In più di un’occasione Bogdanovich, che nel film recitò, ha dichiarato di voler riprendere in mano il materiale girato per montare una versione definitiva. Se ne parlò già in vista del Festival di Cannes 2010. Ma ogni volta il regista di “L’ultimo spettacolo” ha dovuto arrendersi di fronte all’impossibilità di mettere d’accordo i litigiosi custodi dei diritti. E pensare che Welles gliel’avrebbe espressamente chiesto durante le faticose riprese: «Se mi dovesse succedere qualcosa, voglio che sia tu a finirlo». Probabilmente non toccherà a lui, invece. Poco prima di morire, il 10 ottobre 1985, rubando la scena al povero Yul Brynner, Welles confessò in un’intervista: clip_image001
«Ho avuto più fortuna di chiunque altro. Certo, sono anche stato scalognato più di chiunque altro nella storia del cinema. Ma è nell’ordine delle cose…». O forse, come suggerisce il titolo, la verità sta nell’altro lato del vento.

Michele Anselmi

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